Biennale di Venezia, giovedì la riunione del cda. Meloni: «Il governo contrario al padiglione russo»
Buttafuoco in bilico, ma non si dimette. Durante l’incontro della prossima settimana potrebbe essere decisa la risposta all’Ue

Pietrangelo Buttafuoco non lascia. Rimane lì dov’è, anche all’indomani della saetta di Giorgia Meloni – «il governo non è d’accordo sulla presenza del padiglione russo, ma la Biennale è un ente autonomo. Ci sono diverse prese di posizione della comunità internazionale, con rischi di definanziamenti: circostanza che la fondazione dovrà considerare» – che ha tutto il sapore della sfiducia.
La lettera inviata venerdì dall’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura dell’Ue giace sulla scrivania del presidente. Con l’articolazione della minaccia: se la Fondazione non cambierà idea, allora l’Unione Europea procederà alla sospensione o alla revoca della sovvenzione in corso, pari a due milioni di euro. Il consiglio di amministrazione – oltre che da Buttafuoco, composto dal sindaco Luigi Brugnaro, dal presidente Alberto Stefani e da Tamara Gregoretti, la rappresentante del Mic, di cui il ministro Giuli ha chiesto le dimissioni – si riunirà giovedì.
Appuntamento programmato da tempo e nel cui ordine del giorno non figura il minacciato definanziamento. Ma non è un esercizio di fantasia eccessivo immaginare che la questione sarà portata sul tavolo. E tra gli ambienti vicini al cda filtra che potrebbe essere quella l’occasione per imbastire la famosa lettera di replica alla Commissione, dopo la presa d’atto iniziale, accompagnata da una promessa di risposta nei termini: entro il 10 maggio, quindi.
Intanto Buttafuoco si ritaglia un ruolo all’ombra del palcoscenico, sfuggendo alle richieste di commenti alle parole della premier. Ma chi gli sta accanto assicura la sua totale indisponibilità al passo indietro. Si affaccia giusto sulla piattaforma social, diffondendo la celebre fotografia di Salvador Dalì, davanti al ritratto di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Española. Provocazioni e contraddizioni. Sempre più solo, anche in mezzo alla politica che lo aveva scelto.
Si dice che la premier – mercoledì a colloquio con Volodymyr Zelensky – abbia assegnato il dossier alla competenza del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari; il quale, tra l’altro, ha moglie ucraina. Ma a occuparsi della questione è anche il Ministero degli Esteri di Antonio Tajani. Dato che la presa di posizione dell’Ue, anticipata da una lettera fatta recapitare al governo a marzo, è una punizione per l’inottemperanza della Fondazione al divieto di concessione di spazi per manifestazioni o atti che si configurino come propaganda per il regime russo.
«Gli eventi culturali finanziati col denaro dei contribuenti europei dovrebbero salvaguardare i valori democratici e promuovere dialogo, diversità e libertà di espressione: valori che non sono rispettati nella Russia odierna» puntualizza il portavoce della Commissione Europea Thomas Regnier.
Ma poi c’è il terzo partito della coalizione, la Lega, che tiene il punto, attestandosi su posizioni opposte a quelle della premier. Lo fa il segretario Matteo Salvini, parlando di un «volgare ricatto dell’Ue verso un ente storico e prezioso come la Biennale». E lo fa il capodelegazione al Parlamento Europeo Paolo Borchia, con una lettera al commissario europeo Glenn Micallef, per chiedere «di riconsiderare la propria posizione». Ma è troppo tardi, anche per la politica.
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