Giallo dell’arte, i giudici bloccano il “passaporto” del Cellini contestato

Il Consiglio di Stato boccia il ricorso dei proprietari del quadro per il certificato necessario a farlo viaggiare. L’olio su tela è sotto sequestro dopo l’indagine della Procura di Verona che ritiene non sia del 1500

Sabrina Tomè
L’autoritratto di Cellini al centro dell’inchiesta
L’autoritratto di Cellini al centro dell’inchiesta

Un nuovo capitolo del giallo d’arte che ha per protagonista l’unico autoritratto di Benvenuto Cellini, stimato 107 milioni di euro, è stato appena scritto dalla giustizia amministrativa. Una sentenza del Consiglio di Stato depositata in queste ore, ha di fatto bloccato la possibilità di circolazione ed espatrio dell’opera.

D’altra parte, in questo momento, non avrebbe comunque potuto lasciare la sua stanza: non quella di un prestigioso museo o di una mostra di grande richiamo, ma il solitario magazzino delle opere sequestrate dalla magistratura. L’olio su tela, 61x48 centimetri, datato 1500, presentato in pompa magna alla Gran Guardia di Verona nel 2021 in occasione dei 450 anni dalla nascita dello scultore e orafo fiorentino, è infatti al centro di un’indagine della Procura scaligera sulla sua presunta falsità.

E se la società proprietaria – ha stabilito il Consiglio di Stato – ha ragione nel contestare al ministero della Cultura la mancata risposta in merito alla richiesta dell’attestato di libera circolazione (il passaporto per far viaggiare il quadro), è altrettanto vero che la questione può considerarsi superata dal sequestro del 14 giugno 2024 eseguito dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Nucleo di Venezia. In sostanza il documento non può essere rilasciato mentre è in corso un’indagine penale con tanto di misura cautelativa e ai proprietari non è dovuto alcun risarcimento.

Cosa succederà ora?

Nessun commento da parte dell’avvocato Lorenzo Coraggio di Roma che ha rappresentato la società al Consiglio di Stato: la consegna è quella al «massimo riserbo». Resta aperto il giallo del quadro milionario “tradito” da un blu di Prussia: il pigmento trovato sulla tela non sarebbe esistito nel 1500, ma sarebbe stato sintetizzato soltanto 200 anni dopo.

Tra i primi ad occuparsi della tela è stata la prestigiosa rivista internazionale The Art Newspaper che ne raccontava le vicende titolando “La curiosa saga di un imprenditore russo di cosmetici e del suo dipinto di Cellini da 107 milioni di euro” e richiamando una serie della Bbc.

Nell’articolo si parlava di una tumultuosa storia con un quadro multimilionario scoperto nel 2007 in un mercatino francese della Provenza, un misterioso intermediario russo, una vendita prospettata (e mai avvenuta) in Arabia Saudita e uno sconosciuto fondo d’arte gestito da due imprenditori. Del ritratto si torna a parlare nel 2012, quando si prospetta la sua partecipazione al Festival delle Collezione private a Mosca.

L’autoritratto, per la prima volta

Un altro salto in avanti e si arriva al 2021 quando a Verona, in occasione di un convegno internazionale curato da studiosi dell’arte del Centro per l’Unesco e da esperti rinascimentali, viene presentato per la prima volta in Italia l’autoritratto. La proprietà assicura che il quadro è stato studiato da rinomati laboratori e restauratori in Francia e che le analisi dei pigmenti e le radiografie sono state effettuate da enti che collaborano con il Louvre.

Due anni dopo, nel luglio 2023, la società proprietaria presenta all’Ufficio Esportazione di Verona la denuncia per il rilascio dell’attestato di libera circolazione. E qui si apre il caso. Perché l’ente che dipende dal ministero per la Cultura, decide ulteriori approfondimenti con i Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Venezia.

L’effetto è che la proprietà non solo non riceve risposte sul certificato – e questo la spingerà a rivolgersi al Tar prima e al Consiglio di Stato successivamente – ma va pure incontro all’inchiesta penale. Perché l’anno successivo, nell’estate 2024, i carabinieri sequestrano il quadro: la Procura di Verona ha aperto un’indagine sospettando la falsità del dipinto, mentre due persone finiscono sotto inchiesta per contraffazione di opere d’arte.

Un pezzo di carta incollato

Secondo gli inquirenti l’opera è stata attribuita falsamente al Cellini e modificata nel 1800 incollando sulla superficie del dipinto un pezzo di carta con la scritta “Tete d’homme. Benvenuto Cellini”. Gli accertamenti dell’Opificio delle Pietre Dure e della Galleria degli Uffizi di Firenze hanno acceso i riflettori sul blu di Prussia: in pratica è stato trovato sulla tela uno ione di cianuro che veniva usato per confezionare quel colore, ma due secoli dopo.

In realtà, ha sostenuto la difesa rappresentata dall’avvocato Antonio Invidia, quel materiale veniva usato anche nei prodotti per la pulizia dei quadri; in sotanza potrbebe esserci stata contaminazione. Quello che dovrà ora accertare il giudice è, in sostanza, se si tratta di un dipinto del 1500 o invece del 1800. 

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