Amalia Ercoli-Finzi: «Dai primi satelliti alle comete, la storia del nostro futuro»

Sabato 8 maggio alle 18 al Centro San Gaetano di Padova la prima ingegnera aerospaziale italiana, professoressa onoraria del Politecnico di Milano, dialogherà con Giovanni Caprara su “Prepararsi al futuro oltre la Terra”

Amalia Ercoli-finzi
Amalia Ercoli Finzi, prima italiana laureata in ingegneria aerospaziale, tra gli ideatori della missione Rosetta
Amalia Ercoli Finzi, prima italiana laureata in ingegneria aerospaziale, tra gli ideatori della missione Rosetta

Questo testo trascrive e sintetizza un discorso tenuto dalla professoressa Amalia Ercoli-Finzi al Politecnico di Milano, il 30 giugno 2017 (versione integrale su Youtube, “Qua e là nello spazio”). Un viaggio nell’ingegneria spaziale attraverso esperienza diretta, enorme competenza, capacità visionaria e un pizzico di ironia, da parte di uno dei grandi nomi del Galileo Festival.

 

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Non è una cosa da poco essere qui a ottant’anni a vedere questa meraviglia di gente, giovani e meno giovani. La meno giovane di tutti sono io, ma questo è un ruolo che tocca a molti: se non si muore da giovani, si diventa vecchi!

Quando penso allo spazio, penso a come io ho vissuto certi eventi. Quando lanciarono lo Sputnik capii subito che era un grande evento. Non perché mandarono una pallina di 60 cm di diametro – pesava quasi niente, 83 kg – ma per quello che quel fatto significava per il mondo. Korolyev ha telefonato a Krusciov e gli ha detto: abbiamo lanciato il primo satellite artificiale della Terra. Krusciov ha risposto “Bene, bene” ed è andato a dormire. Perché era meno intelligente di me! Ha capito solo la mattina dopo quando ha letto i giornali. Gli americani si consideravano invulnerabili perché le testate nucleari del blocco sovietico non potevano raggiungerli (non c’era gettata sufficiente; invece noi in Italia le testate nucleari avevamo vicinissime, in Jugoslavia). Ma ora un satellite dall’alto poteva calare e fare qualunque cosa. Da quel momento è cominciata la guerra; quella tecnologica. Il Grande Lanciatore dello Sputnik si chiamava Semiorka: pareva una cattedrale. Lo chiamavano semiorka, cioè il settimino, ma non era debole.

Laika e Yuri 

Non c’era possibilità di tornare indietro. Così è arrivata Laika, la cagnolina nello spazio. Io ho conosciuto tanti astronauti, ma non ce n’è uno che mi abbia detto «sono contento di morire nello spazio». Tutti vogliono tornare indietro. A Laika non hanno chiesto il permesso, l’hanno mandata a morire. Era un cane intelligente, preso per strada a Mosca, e diventato simbolo di un passaggio irreversibile per l’umanità.

Poi è venuto l’uomo nello spazio. Alla fine del ‘59 hanno iniziato ad addestrare astronauti e già nell’ottobre del ‘61 Yuri Gagarin ha volato: in Russia sapevano fare le cose in fretta. Hanno selezionato 20 astronauti, alcuni non hanno mai volato, altri sono stati esclusi anche per risse. Alla fine sono rimasti Gagarin e Titov. Un anno prima c’era stata la catastrofe di Nedelin: centinaia di persone coinvolte, un incidente in rampa di lancio: morti e feriti gravissimi. Questo ci dice che andavano verso lo spazio in maniera garibaldina, ma anche con una spinta enorme verso il risultato.

Quando Gagarin è partito tutto era fragile e incerto. Le tre bretelle che legavano la capsula al modulo si sono rotte e la capsula ha iniziato a girare vorticosamente. Lui ha capito che la capsula comunque cada va sempre bene perché ha simmetria sferica. Ha aspettato, l’attrito dell’atmosfera ha bruciato la bretella e lui ce l’ha fatta. Non è atterrato nella capsula, si è lanciato col paracadute. All’atterraggio ha incontrato una contadina che è scappata via! Le ha detto: «Sono un russo come voi, vengo dallo spazio e devo trovare un telefono per chiamare Mosca».

Subito dopo è venuto l’uomo sulla Luna. Kennedy ha detto we shall go to the Moon, non perché è facile ma perché è difficile. È nelle cose difficili che capiamo quanto valiamo. Partiti il 16 luglio, arrivati il 20, tornati il 24. Armstrong ha preso il controllo e ha fatto scendere il modulo esattamente dove volevano. Armstrong fotografa Aldrin. La bandiera sulla Luna non sventola perché non c’è atmosfera, si muove solo nella ripartenza del razzo.

Il mio contributo

Dallo spazio abbiamo ricavato opportunità enormi: satelliti scientifici, telecomunicazioni, meteorologia, navigazione. Nel 1962 la NASA ha fatto partire il programma Oso, Orbiting Solar Observator. In Italia nel’64 abbiamo lanciato il San Marco. L’Italia è stata il terzo paese al mondo dopo Stati Uniti e Russia a lanciare satelliti. Beppo Saxa, per esempio: era cosparso di sangue politico perché c’erano litigi continui sui costi e sulla ricerca. E Agile, un satellite per i raggi gamma.

Le telecomunicazioni sono partite nel ‘63. Con i satelliti abbiamo visto le Olimpiadi di Tokyo. Poi Italsat con migliaia di canali. Ma abbiamo perso il mercato delle telecomunicazioni. La Francia è andata avanti, noi no. Guardiamo immagini come quelle dopo il terremoto di Amatrice e possiamo vedere tutto. Mi domando: abbiamo in mano uno strumento così potente come il telerilevamento, riusciamo a guardare in tasca alle persone... com’è che non riusciamo a combattere l’abusivismo edilizio? Basterebbe sovrapporre bene queste immagini. Se non si fa, questa è mancanza di volontà.

Con Galileo, correggiamo gli effetti della relatività: il satellite perde 7 nanosecondi al giorno e ne guadagna 45. E Marte? Lì abbiamo trovato acqua, sali, forse tracce di vita passata. Ma è un pianeta maledetto: 43 missioni, 27 fallimenti.

Sulla cometa

La missione europea della sonda Rosetta è durata 11 anni per arrivare alla cometa con la sua stessa velocità. Abbiamo costruito pannelli solari enormi, 64 metri quadri. Siamo passati dalla Terra a Marte e poi alla cometa. Che non era una palla di neve sporca ma un corpo bruttissimo, irregolare. Sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, il nostro lander, che si chiamava Philae, doveva scendere con precisione assoluta. Gli arpioni che erano stati progettati non hanno funzionato, l’apparecchio ha toccato il suolo e poi è rimbalzato via. L’avevamo perso. Credevamo che tutto fosse finito, non lo si trovava più.

Una mia amica dell’Esoc era incaricata di guardare tutti i giorni le immagini dell’orbitale nella speranza di riuscire a vedere Philae; e questo lavoro lo svolgeva anche in casa. Il 2 settembre 2016 aveva in mano questo pacco di foto, le scorreva rapidamente poi le aveva messe giù. Aveva detto al suo bambino, che stava vedendo i cartoni animati, di andare a letto. Il bambino ha detto: no mamma, dai, ancora uno, l’ultimo, si sa come fanno sempre i bambini. Allora la mamma accetta e gli dice: va bene, ancora un cartone animato. Così il bimbo guarda la televisione e lei riprende in mano le fotografie, riguardandole bene. In una delle immagini, nota qualcosa in un angolo, in fondo a destra. Lo farà ingrandire. Ed eccolo, il nostro Philae. C’è una zampa del lander, poi si intravedono il corpo e la testa dello strumento.

Eravamo scesi su un punto minuscolo, con una precisione incredibile. Siamo arrivati sulla cometa con un errore di appena 100 metri su 500 milioni di km di viaggio e di 1 secondo rispetto al momento stimato. Vi rendete conto? Voglio un applauso.

C’è una fotografia alla quale sono molto legata. Ci sono alcune decine di persone: è solo una piccola parte del gruppo di lavoro che ha lavorato al Philae. Susan, irlandese, la mia amica, è quella al centro con un golfettino rosso. Accanto ci sono io. Siamo le due anziane del gruppo. Tutti gli altri sono giovani. Ecco, il futuro è vostro. Grazie. 

 

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Prepararsi al futuro oltre la Terra: sabato 8 maggio alle 18 al Centro San Gaetano

Sabato 8 maggio alle 18 Amalia Ercoli-Finzi, prima ingegnera aerospaziale italiana e professoressa onoraria del Politecnico di Milano, dialogherà con Giovanni Caprara, editorialista scientifico Corriere della Sera, presidente UGIS Unione giornalisti italiani scientifici e direttore del Festival. L’incontro è annunciato all’auditorium del Centro San Gaetano, con il titolo “Prepararsi al futuro oltre la Terra”. Ercoli-Finzi è nota anche per una citazione sulle donne, che per lei hanno due doni. Il primo è quello del dubbio, il secondo è quello dell’intuizione. «L'intuizione si avvale di tutte le informazioni che noi abbiamo raccolto, in particolare di quelle del subconscio, che ci consentono di analizzare una situazione in maniera profonda e di prevedere come potrebbe evolversi. E nella ricerca questo è fondamentale».

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