Dreassi: «I problemi strutturali amplificano gli effetti della crisi energetica»
Il docente legge gli impatti dal Medio Oriente: «Focalizzarsi solo sulla leva fiscale impedisce all’Italia di affrontare le cause profonde delle sue difficoltà»

La discesa, dopo l’annuncio della tregua con l’Iran da parte del presidente Trump, ma già ieri mattina il prezzo del petrolio è tornato a salire. L’annunciata riapertura dello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava circa un quinto della produzione globale di petrolio e di gas naturale liquefatto, è rimasta sempre a ieri pressoché sulla carta. La situazione rimane quindi molto incerta e molto dipenderà dalle trattative per l’accordo di pace vero e proprio, che per l’Iran resta legato all’attacco israeliano contro il Libano.
«Cosa può calmierare quindi i prezzi dei carburanti nel breve termine? Gli stessi fattori che li hanno spinti al rialzo», afferma Alberto Dreassi, professore associato e direttore vicario del Dipartimento di Scienze economiche, aziendali, matematiche e statistiche dell’Università di Trieste, dove insegna principalmente nell’ambito dell’Economia degli intermediari finanziari, con specializzazione in assicurazioni, gestione del rischio, finanza islamica.
Quali sono i meccanismi di questa crisi?
«Domanda e offerta in campo energetico sono molto rigide, a meno non si decida di consumare di meno. Nemmeno chi produce, in ogni caso, può decidere di spegnere impianti molto complessi e difficili da riattivare. Negli anni il trasporto della materia prima è stato ottimizzato, ma concentrato su una filiera “sottile” che lo rende più fragile a fronte del blocco di un solo anello della catena, com’è lo stretto di Hormuz. I prezzi poi non riflettono solo le condizioni di questi giorni, ma anche quelle previste per i prossimi mesi e anni, incorporando le incertezze geopolitiche future».
Cosa dobbiamo aspettarci? Difficile prevederlo dopo quanto avvenuto dall’attacco di Usa e Israele all’Iran?
«La situazione è resa più delicata dalla sua forte dimensione geopolitica: i luoghi in cui beni energetici sono prodotti e i luoghi in cui sono consumati non sono gli stessi. E in questo caso il luogo di produzione è interessato da un conflitto. Dipenderà dalla durata dello scontro in atto e dalla capacità del sistema di reggere a una tale pressione. L’Italia poi soffre di problemi strutturali che l’hanno resa più esposta. Il nostro Paese possiede un mix energetico che dipende molto dal petrolio e dai suoi derivati che importiamo ed ha inoltre deciso una tassazione che va ad amplificare le oscillazioni di prezzo e la percezione che il pubblico ne può avere».
Cosa può fare l’Italia rispetto alle proprie criticità?
«Nell’immediato non possiamo pensare di cambiare questa situazione, se non tamponando i picchi attraverso l’imposizione fiscale. È una soluzione di emergenza, però, non risolutiva. Focalizzarsi solo sulle tasse impedisce di affrontare le vere cause profonde, strutturali, e quelle esterne, geopolitiche, oltre a creare ulteriori distorsioni fiscali. Cosa può fare l’Italia? Intanto iniziare a parlarne di queste sue rigidità strutturali, di cosa vogliamo sia il nostro mix energetico tra dieci-vent’anni, di come trovare la strada e le risorse per percorrerla. In caso contrario ci ritroveremo sempre affaticati al prossimo shock energetico».
Si è tornati a parlare di nucleare? Può essere parte della soluzione?
«Non è il mio campo, ma chi nel tempo ha fatto investimenti come la Francia, che non ha dismesso in velocità i propri impianti come la Germania, ora si è trovato meno fragile. Anche se pure in Francia le automobili vanno a petrolio. L’Asia sta dimostrando la validità di questa produzione di energia, ma per l’Italia cambiare la sua rotta, adesso, avrebbe comunque dei tempi lunghi. Non c’è una soluzione unica: l’approccio più razionale deve passare da un ragionamento sul mix energetico capace di renderci meno fragili».
Cosa pensa dell’ipotesi di tassare gli extra profitti delle società energetiche in reazione all’aumento dei prezzi del carburante, una misura proposta all’Ue oltre che dall’Italia anche da Germania, Spagna, Portogallo e Austria?
«È la misura più sbagliata, perché se retroattiva non lancia un ottimo segnale sul mantenimento dei patti presi, amplificando l’incertezza. C’è anche una questione di contenuto: anche in questo caso si può dare l’illusione di aver individuato una soluzione applicando la leva fiscale, ma non si affronta il problema del mix energetico, restando esposti».
Quando dovrebbe finire questo conflitto per non provocare danni recuperabili solo nel lungo periodo?
«Da ieri, perché, innanzitutto, ci sono popolazioni coinvolte e colpite dal conflitto. Esistono metodi migliori di risoluzione delle controversie e va recuperato a questo punto un minimo di credibilità da parte dei principali attori sulla scena, perché l’incertezza coinvolge tutti, da chi decide se e quando fare il pieno della propria automobile a chi deve progettare e far funzionare impianti enormi per l’estrazione e poi la raffinazione del petrolio».
Riproduzione riservata © il Nord Est









