Il delfino di Venezia non va salvato, ma protetto: le regole per rispettare Mimmo

Il caso di Venezia nello studio dell’ateneo di Padova pubblicato dalla rivista Frontiers in Ethology: «Se ben gestito, modello esemplare per la coesistenza uomo-fauna selvatica in ambienti urbani, ma la peggior minaccia è l’uomo»

Costanza Francesconi
Il delfino Mimmo a Venezia
Il delfino Mimmo a Venezia

Mimmo la rock star, il delfino di Venezia. La pinna che tutti cercano in Laguna e che, spoiler, forse è più Mimma, visto che il sesso resta un mistero.

Mimmo per cui l’affetto di una comunità è da tenere a bada per la stessa sopravvivenza dell’animale.

Lui, lei, che mass media e social rincorrono da tutto il mondo, da quel 24 giugno 2025 in cui è stato visto per la prima nelle acque veneziane.

Da allora, l’incontro ravvicinato è pericolosamente nelle dieci cose da fare a Venezia, al punto che tour guidati e mirati in Bacino di San Marco – domicilio eletto dall’animale – non sono mancati.

Il verbo è guardare ma non toccare. Lo dice a chiare lettere lo studio “Case Report: The ‘dolphin of Venice’: management of a solitary bottlenose dolphin in the Venetian Lagoon” coordinato da Guido Pietroluongo dell’Università di Padova e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Frontiers in Ethology.

Un’analisi frutto della ricerca cui hanno partecipato anche l’associazione friulana Dolphin Biology and Conservation, il Museo di storia naturale Giancarlo Ligabue di Venezia e l’Istituto di ricerca Tethys di Milano.

C’è del favoloso attorno a questa mascotte, innegabile, eppure i biologi guardano con sospetto e paura alla Mimmo-mania.

Banalmente perché è proprio l’impatto con un’elica ad avergli apparentemente procurato le lesioni sulla pinna dorsale rilevate dal monitoraggio che cura il Dipartimento di Biomedicina comparata e Scienze dell’alimentazione dell’ateneo padovano, assieme al Cert, la squadra di intervento di emergenza per gli spiaggiamenti dei cetacei.

Il delfino di Venezia allontanato dal bacino di San Marco

La sintesi è: Mimmo, che con il beneficio del dubbio continueremo a chiamare così, non ha bisogno di protezione speciale se non dagli esseri umani.

Sono loro l’unica vera minaccia, a causa dei comportamenti inappropriati davanti agli animali selvatici.

Da ciò il vademecum di condotta (umana) diffuso dagli esperti alla comunità, nel caso lo si scorga. Prescrizioni rigide come la distanza di sicurezza di 50 metri da tenere. Il rispetto, per le barche, dei limiti di velocità.

Sconsigliato provare a nutrirlo, per farselo amico, turbarlo con rumori per attirare la sua attenzione. Anche perché, la curiosità per l’essere umano, la specie a cui appartiene Mimmo ce l’ha nel Dna.

Non siamo così speciali. «Osservare i delfini tursiopi nelle aree urbane non è particolarmente sorprendente», fa notare il professore Pietroluongo, «poiché sono mammiferi marini estremamente adattabili e opportunisti».

Peccato, questo sì, non potergli chiedere quante ne ha viste sott’acqua, lui che con in suoi 2,5 di lunghezza ha pinneggiato da nord-ovest di Chioggia alle zone più settentrionali della laguna.

Facendosi vedere all’imbocco occidentale del Canal Grande, poco prima del Ponte della Libertà, in Canale della Giudecca e nel Canale del Tronchetto, ma pure al largo del Forte di Sant’Andrea.

Gli esperti assicurano che se la cava, mangia cefali in abbondanza, ha giocato con una spigola europea. Allontanarlo da una zona di rischio, come sono le acque dentro alle bocche di Porto, sarebbe l’obiettivo.

Ma per lo stato di salute di cui gode, molestie umane a parte, il delfino non avrebbe bisogno di essere salvato. È quasi più imprudente trasferirlo. Tra i rischi c’è la miopatia da cattura, che può portare a shock e morte.

«Se gestito correttamente», la conclusione dello studio, «il caso del “delfino di Venezia” potrebbe fungere da modello esemplare per la coesistenza uomo-fauna selvatica in ambienti urbani».

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