Il giovane Shakespeare tra le calli di Venezia nel libro di Pennacchi

Il nuovo romanzo Una foresta di scimmie edito da Marsilio. L’Italia di oggi filtra attraverso le lenti del Cinquecento

Gianpiero Dalla Zuanna

Un consiglio per chi volesse leggere Una foresta di scimmie, il nuovo libro scritto da Andrea Pennacchi per Marsilio, è di leggere o rileggere prima Il mercante di Venezia di Shakespeare o meglio, se c’è la possibilità, di andare a vederlo a teatro. Pennacchi rinnova l’operazione già tentata con Se la rosa non avesse il suo nome, in cui le avventure del giovane Will(iam) Shakespeare a Padova si intersecano con la storia di Giulietta e Romeo. Nel nuovo libro le avventure di Will proseguono: approdando a Venezia alla ricerca di un passaggio per l’Inghilterra, Will si trova impelagato nella storia del mercante Antonio che, per compiacere il giovane amante Bassanio, si fa prestare tremila ducati dall’usuraio ebreo Shylock, impegnandosi, in caso di mancata restituzione, di dare a Shylock una libbra della sua carne.

Una foresta di scimmie è un prequel, come si usa dire oggi, del Mercante di Venezia. Il giovane Will vive una serie di avventure che, per essere comprese appieno, vanno lette avendo presente come lo stesso Shakespeare – una volta rientrato in patria – le trasfigurerà, costruendo una storia accessibile e interessante per il suo pubblico. Pennacchi modifica la trama del Mercante a suo piacimento, trasformando la commedia in tragedia, introducendo nuovi personaggi (fra cui la misteriosa Luc, di cui solo alla fine verrà rivelata l’identità), modificando il carattere di altri protagonisti della commedia shakesperiana (specialmente delle donne), parlando anche di omosessualità, descrivendo in modo vivace la società veneziana e veneta del tempo, e dando a Will un ruolo centrale. Il risultato è un godibile gioco di specchi, che diventa un pregevole romanzo di formazione.

Pennacchi mostra come Will, un po’ alla volta e quasi senza volerlo, acquisisce consapevolezza del suo ruolo nel mondo: alzare il velo sulle infinite sfaccettature dell’animo umano, con un forte partecipazione, esaltando le emozioni del pubblico e dei lettori. Un ruolo che, poi, è quello del teatro, della letteratura e dell’arte.

Con Una foresta di scimmie, Pennacchi – una volta di più – può dare sfogo alla sua grande passione per Shakespeare, un amore che lo accompagna fin da quando era ragazzo. Prende sul serio la frase forse più celebre del Mercante: «Io considero il mondo per quello che è, un teatro dove ognuno deve rappresentare una parte, e la mia è una parte seria».

I caratteri dei personaggi sono ben delineati, quasi da commedia dell’arte. La storia non concede mai tregua al lettore, che in ogni pagina trova scene, avvenimenti e personaggi nuovi. Shakespeare fa continuamente capolino, e diventa sempre più presente a mano a mano che la storia si incammina verso l’epilogo: le citazioni del Mercante si moltiplicano, dando l’idea che siano state proprio le avventure realmente vissute da Will a generare il futuro linguaggio della commedia. E Pennacchi non disdegna di punteggiare il suo testo con altre citazioni come quando – descrivendo la magnificenza della villa veneta di Porzia, ricca, corteggiatissima e un po’ perfida ereditiera – Will pensa fra sé che «questo paradiso di pochi ha fondamenta solide nel dolore di molti», parafrasando Victor Hugo.

In questo e in altri punti traspare anche la volontà di Pennacchi di dire qualcosa sull’Italia di oggi attraverso le lenti del Cinquecento veneto e veneziano, un po’ come Shakespeare parla dell’Inghilterra elisabettiana, anche quando ambienta le sue opere in Danimarca, in Italia o nella Roma di Cesare. Da questo punto di vista, non sono casuali né la descrizione della situazione degli ebrei a Venezia, né la trasfigurazione della figura di Gessica, la figlia dell’usuraio. Pennacchi ci fa capire che – alla fin fine – Will e Poiana sono più vicini di quanto potrebbero sembrare, perché entrambi ci aiutano a riflettere sulle grandezze e sulle miserie del mondo contemporaneo. 

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