Da Monet a Kandinsky: a Udine un viaggio nella nascita della modernità

A Casa Cavazzini 84 capolavori dal Kunst Museum di Winterthur raccontano mezzo secolo di rivoluzioni artistiche, dall’Impressionismo all’Astrattismo

Elena Commessatti

“Volevamo essere all’altezza dell’Italia, il paese dell’arte”, inizia così il suo bel discorso David Schmidhauser, capo curatore del Kunst Museum di Winterthur, città nella Svizzera ad alto tasso di “musealità” e mecenatismo, nel presentare a Casa Cavazzini a Udine la mostra-evento “Impressionismo e modernità. Capolavori dal Kunst Museum di Winterthur”, aperta fino al 30 agosto, di cui Schmidhauser è curatore insieme a Vania Gransinigh, direttrice del museo udinese.

Da Monet a Mondrian, una “m” virtuosa che passa per la “m” pure di modernismo, per un viaggio -da manuale- dentro ottantaquattro capolavori. Un volo dentro la storia dell’arte europea da fine Ottocento fino a metà del Novecento.

“Non volevamo capriole intellettuali o concettuali”, è sempre Schmidhauser, “ma una mostra che vuole l’arte al centro, perché l’arte parla da sé.” E se questo era l’intento, “Impressionismo e modernità” ci riesce benissimo, complice anche l’idea del monocolore alle pareti in dialogo con il multicolor dei quadri-simbolo esposti. E così, le capriole arrivano invece dentro, nell’anima, quando si entra nell’esposizione trovando come primo pezzo un capolavoro italiano, elegante saluto da parte degli svizzeri.

E’ il nostro torinese Medardo Rosso, che ci offre il ritratto scultura del collezionista Henri Rouart, l’amico di Degas, il grande sostenitore degli Impressionisti. E poi si sospira davanti alla monumentalità del bronzo di uno dei protagonisti del gruppo scultoreo dei “Borghesi a Calais”, qui presente come “Pierre de Wissant”.

E poi si comincia a volare nell’ “azzurro dipinto di azzurro” nella prima stanza degli Impressionisti. Non si sa cosa scegliere; è questo il mantra qui dentro. Ci si gira e c’è Monet, e poi Renoir, e poi Pissarro immerso in una folla festosa di martedì grasso dentro il Boulevard Montmartre, e Sisley sotto “la modernità di un ponte in laterizio e ghisa” che tecnicizza in maniera originale il paesaggio “en plein air.” Si rimane sospesi davanti alla monumentalità grandiosa della chiesa di Moret vista con gli occhi di un bambino.

E poi arriva lui, il dipinto simbolo: Joseph Roulin, il postino amico di Van Gogh, che l’artista dipingerà insieme alla famiglia. E poi ci si immerge nell’oblio confortante di un verde pastello quando arrivano i “Nabis”, i postimpressionisti, con le indimenticabili mele dipinte da Félix Vallotton o il ritratto di Eva Meurier, di Maurice Denis, uno dei preferiti della curatrice Gransinigh “che elimina i piani prospettici cromatici”. E così salta all’occhio, attraverso le date, che questi donatori, i mecenati-collezionisti svizzeri, contemporanei ai pittori, già credevano in loro e guardavano alla Francia, non alla Germania.

Ci stiamo riferendo ad esempio alla coppia Hedy e Arthur Hahnloser, amici di Vallotton, ma anche di Bonnard e di Odilon Redon. E poi ci si sposta e si arriva al rosso e il blu delle pareti che portano al cubismo fino all’astrattismo, passando per il color nocciola della sezione surrealista. Segnaliamo uno splendido Braque, “La bottiglia di champagne” (1912) , in “autorevole” compagnia di Picasso e Juan Gris, ad esempio. Presente il grande Le Corbusier, con un quadro di oggetti … architettonici. C’è pure un Kandisky su fondo viola. Ma non passa inosservata, nella stanza successiva, la coppia di capolavori accostati, il bronzo di Giacometti con la sua “donna sdraiata” del 1929 e l’ evocativo Magritte con “Il mondo perduto” del 1928.

Ed ecco che lì accanto, avanza sorridendo l’autoritratto di Giorgio De Chirico. Si trova a casa, e chi conosce Casa Cavazzini e la Collezione Astaldi lo sa. Poi si prosegue e si arriva all’astrattismo geometrico con Piet Mondrian, ed è davvero gioia allo stato pure avere tutti questi Mondrian a disposizione!, per poi arrivare alla liberazione dell’astrattismo organico, ed è qui che prende forma la scultura di Hans Arp e di Costantin Brancusi. Un pensiero.

Qui non solo dialogano le collezioni permanenti del museo udinese con il prestigioso ospite svizzero, ma anche i quadri con le sculture, effetto curatoriale assai raffinato. Indimenticabile la “Testa che guarda” di Giacometti. Segnaliamo anche le morbide donne di Aristide Maillol. Chiudono un colorato Paul Klee e un olio della moglie di Arp, Sophie Taeuber, che sarà ricordata poi come un genio del tessile Dada.
“Impressionismo e Modernità. Capolavori dal Kunst Museum Winterthur” è prodotta dalla Regione Friuli Venezia Giulia, con PromoTurismoFvg, Comune di Udine e MondoMostre. (Per info sui biglietti www.vivaticket.com; ulteriori info www.turismofvg.it e info.mostra@promoturismo.fvg.it)

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