Giochi di potere nella Repubblica Serenissima

Nel febbraio 1026 il Doge tentò di diventare re, ma un'insurrezione lo mandò in esilio. L'aristocrazia ha rimodellato le istituzioni dando vita al sistema che ha reso grandeVenezia

Una delle opere che Anselm Kiefer harealizzato nel 2022 a Venezia per una mostra temporanea nella Sala dello Scrutinio al Ducale
Una delle opere che Anselm Kiefer harealizzato nel 2022 a Venezia per una mostra temporanea nella Sala dello Scrutinio al Ducale

Lo Stato da Tera, i Domini da Mar. All'apogeo dell'espansione coloniale, i possedimenti di Venezia includevano le regioni del Nord Est e parte della Lombardia orientale; l'Istria e la Dalmazia; le isole Egee e Ionie. E poi Creta, Cipro, gli scali portuali in Puglia e Albania, basi strategiche di una rete commerciale estesa all'intero Adriatico, al Mediterraneo orientale, al Levante.

Una parabola storica stupefacente, quella che trasformò l'insediamento di palafitte nell'estuario in un impero transazionale. Concepito, fondatore, difeso nei secoli, da un'élite di guerrieri e mercanti, patrizi per nascita e per denaro, irriducibili alla corona. Quando il Doge volle farsi re, abusando dei poteri concessi, l'aristocrazia a vocazione repubblicana insorse, lo spodestò e, dopo averlo esiliato con ignominia, rimodellò le istituzioni.

Il Doge e l’oligarchia

Nel tempo, così, il magistrato investito della carica suprema regredì a primus inter pares , soggetto a vincoli e divieti, mentre la Serenissima si configurava – definitivamente – in oligarchia regolata da pesi e contrappesi. Un modello senza precedenti, capace di stupire Niccolò Machiavelli e l'Occidente intero.

Un capitolo di storia che risale propriamente a mille anni fa, preceduto dalle tensioni tra la potestà dogale (istituto di origine bizantina, a lungo soggetto alla volontà imperiale) e le “famiglie nuove” della nobiltà, espressione di una società in rapida trasformazione.

Costretti ad abdicare, deposti con la violenza, imprigionati e umiliati, uccisi tout court: a dispetto del mandato ereditario e vitalizio, il “serenissimo principe” delle origini oscilla tra sussulti di dispotismo e faticosa resistenza.

L’avvento di Ottone Orseolo

Fino all'avvento di Ottone Orseolo (nato Pietro, ribattezzato in omaggio al padrino imperatore), che diventa doge nel 1019. Orfano, sedicenne, si muove con disinvoltura tra corti straniere e laguna. Sposa Grimelda d'Ungheria, figlia del Gran principe Geza.

Promuove l'ascesa dei fratelli alle maggiori cariche ecclesiastiche, Orso patriarca di Grado, Giovanni vescovo di Torcello. Insedia la sorella Felicita, badessa del monastero di San Giovanni Evangelista. Luci, ombre: all'attivismo domestico coniuga l'intesa privilegiata con Bisanzio, mentre si incrina il rapporto con il Sacro Romano Impero.

 

Il doge Orseolo
Il doge Orseolo

Ma è il familismo, scandito dall'incetta di titoli e prebende, a innescare la furia degli esclusi. Capeggiata dai clan più influenti, Flabanici e Gradenigo, una sommossa costringe Ottone e Orso a riparare in Istria. Tra i ribelli, tuttavia, non c'è accordo e la confusione politica favorisce l'inviso patriarca di Aquileia, Poppone, per cogliere l'attimo per occupare e saccheggiare Grado.

Venezia trema, paventa un attacco e richiama il reietto, che fa ritorno in patria e riconquista la città giuliana. Il popolo risulta, ma è un fuoco di paglia.

Corre il febbraio 1026 quando Domenico Flabanico, esponente di un'antica famiglia, ricco commerciante di seta, denuncia l'incombente tirannia del monarca. La fazione dei nobili, spalleggiata da clienti e plebei, insorge: accerchiato, l'Orseolo tenta nuovamente la fuga, stavolta senza successo.

Incarcerato, è condannato al taglio della barba (uno sfregio rituale, pur meno cruento dell'accecamento riservato ai sediziosi) ed esiliato a Costantinopoli. A succedergli, l'“assemblea dei liberi” elegge Pietro Centranico Barbolano, che quattro anni dopo incontrerà un identico destino. Il percorso è tracciato.

La prima legge costituzionale

Nel 1032 la prima legge costituzionale avvia il processo di sottrazione del potere a beneficio dei vincitori. Prescelto attraverso un iter complesso di voti e ballottaggi, affiancato da undici consiglieri, vigilato dal Consilium Sapientum, privato del diritto di sposare principesse straniere, il Doge si scopre “servitor”. La città che vive di traffici e finanza lo interdice dal commercio (al pari della dogaressa), i suoi figli sono esclusi da ogni magistratura statale.

Caduta l'immunità, agli Avogadori de Comun è consentito di citarlo in giudizio per atti pubblici o privati: post mortem, il suo operato è sottoposto al vaglio retrospettivo degli Inquisitori, con facoltà di rivalsa sugli eredi.

È il trionfo dell'aristocrazia mercantile, che si erge a classe dirigente esclusiva di un sistema improntato a collegialità, equilibrio dei poteri, controlli reciproci. Venezia. Paternalista verso il popolino, implacabile nel reprimere il dissenso. Efficiente, longeva, sorda all'inclusione dei ceti emergenti. Destinata infine a soccombere nell'età della rivoluzione borghese. —

 

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