L’orgoglio di chi non arretra: Anna Politkovskaja oltre il mito
Presentato a Pordenonelegge il ritratto senza retorica della giornalista assassinata firmato dalla figlia Vera. «Lei scelse l’onestà»

Una madre. È un gesto di riappropriazione: prima di trasformarsi in storia, Anna Politkovskaja era di qualcuno. “Una madre” (Bur Rizzoli), firmato dalla figlia Vera con Sara Giudici, va letto soprattutto per ciò che non vuole essere: una biografia canonica della giornalista e un saggio sulla Russia di Putin. È il tentativo di una figlia di riprendersi sua madre dal monumento pubblico che è diventata dopo l’assassinio avvenuto quasi vent’anni fa, il 7 ottobre 2006.
Il 20 settembre, a pordenonelegge, alla Dissensio Arena, come già a Salman Rushdie e al capo dello Stato Sergio Mattarella, le è stato consegnato dal presidente Michelangelo Agrusti il premio Ambassador of Freedom, un premio che si connette all’identità del festival e alla sua rinnovata denominazione. «Per aver trasformato un’eredità dolorosa e straordinaria in un impegno civile e necessario», si legge nell’incipit della motivazione.
C’è una parola che Vera non pronuncia volentieri: speranza. Anzi, sembra che non la intraveda proprio. E la risposta arriva senza protezioni: «Non c’è alcunché da sperare. La situazione era così ieri e sarà così domani». Dopo una breve pausa, forse si accorge di aver sentenziato in modo brusco e corregge: «Può darsi che io sia eccessivamente pessimista», ammette. Ma non arretra. Perché essere figlia di Anna Politkovskaja significa anche aver imparato che la verità, quando fa male, non va addolcita.
A Pordenone Vera ha portato con sé, inevitabilmente, la vicenda della madre, la giornalista della “Novaja Gazeta” assassinata a Mosca, ma anche uno sguardo sulla Russia odierna, sul potere di Vladimir Putin e sulla paura diventata strumento politico.
A poche settimane dal ventesimo anniversario della morte, Anna è ormai un simbolo mondiale, molto meno, paradossalmente, nel suo Paese. «Non era una cronista popolare - rivela l’autrice -. Solamente dopo l’uccisione il suo nome divenne noto e si cominciò a parlare dell’inchiesta e del processo. Eppure, per gran parte della popolazione, è rimasta l’ennesima giornalista che non ce l’ha fatta».
Anche la memoria continua a fare paura. A Mosca la targa a lei dedicata è stata ripetutamente distrutta. E la scrittrice precisa: «Il centro della capitale è disseminato di telecamere e individuare gli autori di quei gesti non dovrebbe essere così difficile. Eppure nessuno è stato punito». Anche questo fa parte delritratto di una nazione nella quale il terrore sedimenta e aumenta. «Tutto ciò che è accaduto in Russia negli ultimi anni non fa che accrescerlo. Le notizie tragiche, le uccisioni sono la prosecuzione di un sistema che continua a diffondere panico», spiega Vera, che durante tutta l’intervista non lascia trasparire emozioni.
E allora ci si chiede che cosa resti dell’opposizione. Ben poco, a osservare l’impietosa fotografia scattata dalla protagonista di questo racconto sensibile. La Russia, dunque, è incompatibile con qualunque forma di democrazia? «Nessun Paese lo è - aggiunge la scrittrice -. Il problema è come arrivarci. Serve un lavoro lungo e durissimo. Nelle condizioni attuali potrebbero volerci non anni, ma interi decenni. Dipenderà da chi governerà e dalle politiche, anche sociali, che verranno costruite», precisa.
E forse qui si apre una piccola crepa nel pessimismo. Vera continua a scrivere: potrebbe essere questa una forma di speranza? «Chissà, può darsi. Penso a mia madre. Anna scriveva, denunciava, raccontava e non riuscì a ottenere ciò che avrebbe voluto». Nessuna retorica, dunque, neppure sul potere salvifico del giornalismo.
Proviamo a immaginare che cosa potrebbe dire Anna oggi ai cittadini europei. Inizialmente Vera si sottrae: «Non conosco affatto la risposta». Poi tenta di immaginarla attraverso l’opera della madre: «Forse continuerebbe ad attirare l’attenzione sulle questioni che riteneva importanti. E direbbe semplicemente: Ascoltate e cercate di sapere che cosa sta accadendo».
Un invito che vale ancora di più durante una guerra. Politkovskaja non concede alcuna fiducia alla propaganda russa e mette in guardia anche dall’accettare senza spirito critico qualsiasi parola proveniente dall’altra parte. Su Putin non ha esitazioni: «Vediamo tutti i giorni di che cosa è capace».
Resta Anna, la donna che Vera ha cominciato a raccontare alla propria figlia, anche lei Anna, quando la bambina, a sei anni, iniziò a capire perché il 7 ottobre fosse una data diversa dalle altre nella storia della famiglia. E resta un’eredità che non riguarda soltanto loro. «L’intero destino di mamma, la strada percorsa, dovrebbe essere un punto di partenza per tutti i futuri giornalisti e attivisti. Lei scelse l’onestà». Non è una frase consolatoria: è una consegna. «L’unica via è comunque questa. La verità resta l’orgoglio di chi non si lascia sottomettere».
E forse, quando Vera dice che non c’è più nulla su cui contare, quella direzione continua a essere una forma ostinata di speranza.
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