Mostra del Cinema di Venezia, toto nomi per il Leone d’oro: i film e gli interpreti favoriti
Da Wilde Horse Nine a Possible Love, da John Malkovich a Mathilde Arcel: i film, gli attori e i registi che ci hanno conquistato alla Mostra del Cinema. In attesa delle scelte della giuria guidata da Maggie Gyllenhaal

Questa sera, 12 settembre, la Mostra del Cinema di Venezia emetterà i suoi verdetti. Sono tanti i titoli entrati nel nostro cuore, quelli che si sono impigliati negli occhi, in un groviglio di emozioni e sdegno, di stupore e sgomento.
L’edizione senza il cinema americano – alla vigilia qualcuno lo aveva letto come presagio di chissà quali catastrofi – ha mantenuto la barra dritta, ha riannodato i fili con la propria vocazione artistica, si è espressa su livelli molto buoni, senza tonfi rumorosi (Primetime il titolo più deludente, ma è un’opera prima: nessuno scandalo, solo un rimbrotto).
Il Leone d’oro e la Coppa Volpi maschile
Per la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal, i cui umori sono, ovviamente, indecifrabili (e inappellabili), sarà difficile non solo restringere il palmares a 7-8 titoli, ma anche collocarli nelle caselle “giuste”, tenendo conto di due regole importanti: uno stesso film non può ricevere altri premi, compresi quelli agli interpreti (salvo deroghe eccezionali), né sono ammessi ex aequo.
Ecco perché Wilde Horse Nine di Martin McDonagh – affilatissima commedia sulle storiche ingerenze della Cia in politica estera (il nostro Leone d’oro del cuore) – potrebbe non conquistare il massimo riconoscimento per spianare a John Malkovich la strada della Coppa Volpi: la sua è la miglior interpretazione maschile di questa Mostra, per distacco.
Restando sugli attori, sarebbe suggestivo un premio ad Adriano Giannini, spezzato dalla dittatura militare argentina nel film di Bechis (Ritorno a Buenos Aires), ma anche a Rodney Hicks, reduce di un’altra guerra sporca – il Vietnam – in Mr. Nelson, Did You Kill People di Shinya Tsukamoto.

I film che puntano al Leone
Tornando al Leone d’oro, abbiamo amato due film francesi che, attraverso storie decifrabili da tutti, affrontano temi attualissimi: la tossicità del lavoro e il suo impatto sull’individuo (Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé) e il disagio psichico delle nuove generazioni (15/18 – A Place To Heal di Cédric Kahn).
Ma il cuore batte anche per la sensibilità di un autore come Lee Chang-dong (Possible Love) e, naturalmente, per la potenza di Naza della coppia Abraham-Szor.
Non è solo questione di contenuti (forse non ci sarebbe nemmeno gara). La ricostruzione, raccontata dagli stessi soldati israeliani, di come si stia consumando il genocidio del popolo palestinese, è anche, esteticamente, inappuntabile, con quello sguardo diretto e reale che si schiude a un parallelismo agghiacciante tra Tel Aviv e Gaza e non lascia indifferenti.
Molto probabile che, tra questi titoli, si giochi anche la partita per il Gran Premio della Giuria.
La miglior regia
Sulla miglior regia non abbiamo dubbi: Ilya Khrzhanovsky con il suo mastodontico DAU firma uno dei film visivamente più debordanti di questa edizione.
Il nostro podio contempla ancora Lee Chang-dong e May el-Toukhy (Woman Unknown): nel caso di quest’ultima, non per tacitare le polemiche sulla scarsa presenza di registe in Concorso, ma perché il suo sguardo austero è uno dei punti di forza del film, insieme alla protagonista Mathilde Arcel, seria candidata alla Coppa Volpi.
Le favorite per la Coppa Volpi
Oltre a lei, i nostri colpi di fulmine sono per Vanessa Scalera, madre sgradevole ed eccessiva nel film di De Angelis (Il fuoco che ti porti dentro), e per la simbiotica coppia interpretata dalle sorelle Kate e Rooney Mara (Bucking Fastard).
Anche Alba Rohrwacher è straordinaria, ma di Coppa Volpi ne ha già vinto una: l’auspicio è che il film di Brizé possa conquistare qualcosa di più pesante.
Sceneggiatura, Premio Speciale e Mastroianni
Sulla sceneggiatura il verdetto sarebbe scontato: la scrittura di Wilde Horse Nine resta insuperabile, ma significherebbe svilire Martin McDonagh che, qui a Venezia, ha già vinto due volte questo riconoscimento.
Allora scegliamo il racconto stratificato di Possible Love, quello rutilante di Un Bon Petit Soldat e i sussurri di Nicolas Pariser (Un Peu Avant Minuit).
Quanto al Premio Speciale della Giuria, le nostre preferenze atterrano sulla ritrovata vitalità di Nanni Moretti (Succederà questa notte), sulla «grave levità» di A Bit of Light di Ali Asgari (ma potrebbe anche spingersi oltre) e sulla forza di Shinya Tsukamoto: il montaggio di Mr. Nelson è deflagrante.
Per il Mastroianni, siamo rimasti senza fiato per la giovanissima coppia giapponese Deguchi-Makita (Look Back di Koreeda), per la “turbolenta” Zoé Monpart di 15/18 e per Mark Merphy, Mr. Nelson da giovane.
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