Neri Pozza: così è nata un’utopia
Nel Dopoguerra, l’idea del riscatto attraverso la cultura: l’artista vicentino fonda la sua terza casa editrice. In un libro di Scarlini questa impresa libera e provinciale

Prima c’era stato L’asino volante, poi il Pellicano, ma alla fine della guerra, nel 1946, esattamente 80 anni fa, Neri Pozza decise di dare il suo nome alla terza casa editrice che aveva deciso di avviare.
È nata così a Vicenza, dalla intuizione di un artista poliedrico, che spaziava dalla scultura alla poesia, dalla incisione alla narrativa, una delle principali case editrici italiane, la Neri Pozza editore, capace di pubblicare negli anni Cinquanta Montale e Gadda, Buzzati e Parise, ma anche autori stranieri individuati da studiosi come Carlo Izzo o Aldo Camerino.
A raccontare una parte della straordinaria avventura umana e intellettuale di Neri Pozza è ora un libro scritto da Luca Scarlini intitolato Il resto è buio e vanità. Neri Pozza scene da una vita (Neri Pozza, p. 128, 16 euro) che sarà da domani in libreria.

Chi è stato Neri Pozza?
«Una persona che ha lavorato instancabilmente perché si diffondesse un’idea di cultura capace di parlare della realtà. Pozza nasce come artista, ma dopo la Seconda guerra mondiale comprende che il libro può essere uno strumento efficace per dialogare con la società. Dietro questa scelta c’è una componente utopica tipica di una generazione che, uscita dal conflitto, vedeva nella cultura una possibilità di ricostruzione civile».
Pozza ha sempre rivendicato la propria dimensione provinciale.
«Fare cultura in provincia, allora, era non solo possibile ma persino vantaggioso. Vicenza aveva già una tradizione editoriale importante, con figure stravaganti come Gian Dauli e raffinatissime come Ermes Iacchia. Per Pozza la provincia non rappresentava un limite, ma uno spazio di libertà e autonomia».
Il rapporto con Vicenza è stato centrale?
«Pozza ha avuto una giovinezza complessa: lasciò presto la scuola e lavorò come artigiano-artista a contatto con il mondo popolare vicentino, che amò profondamente. Nei suoi scritti autobiografici descrive la Vicenza degli anni Venti come un luogo di libertà, nonostante il crescente controllo del fascismo. Era invece più critico verso certe autorità e dinamiche locali. Tuttavia, Vicenza resta il centro della sua vita e della sua immaginazione. Lo dimostra la grande quantità di incisioni, studi e pubblicazioni dedicate alla città e al suo territorio. Attraverso autori come Giangiorgio Zorzi contribuì alla riscoperta internazionale dell’eredità palladiana».
Nel libro si racconta il difficile rapporto con Goffredo Parise che pure fu scoperto da Neri Pozza.
«La loro divergenza nasce da due idee opposte di cultura. Pozza rimane legato al Veneto e a una concezione artigianale e severa del lavoro intellettuale. Parise, invece, sceglie Milano e punta a una carriera più ampia nel giornalismo e nell’editoria nazionale. Pozza gli rimprovera una certa disponibilità verso il successo e il mercato. Le sue critiche al romanzo Il prete bello, poi divenuto un grande bestseller, sono durissime. Da una parte c’è l’idea della scrittura come continua ricerca e perfezionamento; dall’altra il desiderio di entrare nel grande circuito della comunicazione e del pubblico. Era inevitabile che da queste differenze nascesse un conflitto. Non a caso il titolo della mia biografia, Il resto è buio e vanità, deriva proprio da una lettera in cui Pozza rimprovera Parise per il suo atteggiamento».
La casa editrice Neri Pozza coincide quasi completamente con la personalità del suo fondatore.
«Nel caso di Pozza il legame tra catalogo e visione personale è particolarmente forte. Antifascista, partigiano e incarcerato durante il regime, non avrebbe mai pubblicato autori compromessi con il fascismo. Al centro del suo progetto editoriale c’era l’idea dell’ethos, cioè una precisa visione morale della realtà. Voleva che i libri pubblicati rispecchiassero questa impostazione. Era molto attento anche all’editing, talvolta al punto da essere considerato invasivo dagli autori. Attorno a lui operava però un importante comitato editoriale formato da personalità come Aldo Camerino, Giuseppe Marchiori e Carlo Scarpa, che contribuivano alle scelte culturali della casa editrice».
Intorno a Pozza si raccolse davvero il meglio della cultura veneta del tempo?
« Direi di sì. Attorno a lui gravitavano figure fondamentali come Aldo Camerino, grande critico e traduttore, e Carlo Izzo, importante studioso della letteratura inglese e americana. Il suo mondo attirava storici dell’arte, studiosi e intellettuali che contribuirono a costruire una straordinaria rete culturale. Le pubblicazioni dedicate al patrimonio artistico veneto sono ancora oggi un riferimento. Se si consultano i carteggi conservati alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza, si scopre che Pozza ebbe rapporti con praticamente tutti gli autori veneti del Novecento».
E come valutare oggi Neri Pozza scrittore?
«È un autore che merita di essere riscoperto. In realtà gran parte della letteratura italiana del dopoguerra è stata dimenticata, spesso perché non più ristampata. Pozza ebbe in vita riconoscimenti importanti: arrivò finalista al Premio Campiello, fu tradotto, recensito e letto da un pubblico ampio. Opere come Il processo per eresia e le sue narrazioni veneziane meriterebbero nuove edizioni. Questa biografia vuole contribuire a riportare l’attenzione sullo scrittore, oltre che sull’editore. Nella sua narrativa ritroviamo gli stessi temi che attraversano tutta la sua attività: il Veneto, la memoria dei luoghi, il dialogo con la storia e con l’arte».
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