I Gorillaz e il concerto a Trieste: «Viviamo nella bellezza, se ci rinunciamo sarà l’inferno»
Sabato uno show imponente per 16 mila fan: un palco colossale, i monitor che proietteranno le animazioni di Hewitt e ospiti a sorpresa

Per raccontare i Gorillaz, bisogna partire dal frontman, Damon Albarn. Cantante e polistrumentista inglese, uno degli artisti in circolazione più creativi, un vulcano di idee: quello che tocca diventa oro.
La sua carriera inizia nel 1988 nei Blur, influente band del britpop, dopo qualche pausa sono tornati con “The Ballad of Darren” nel 2023, il live al Wembley Stadium e l’anno successivo è uscito nei cinema “To the End”, che narra un possibile finale. I Blur non sono stati abbastanza vasti per il genio di Albarn, che trova sfogo in tanti progetti e album solisti, ma soprattutto nei Gorillaz.
La nascita nel 1998
Nascono nel 1998 come una band virtuale, dalle menti di Albarn assieme al disegnatore, fumettista e illustratore Jamie Hewlett: i due nel 1997 erano stati coinquilini in un appartamento di Londra. Un rifugio, una via di fuga dalla celebrità che Albarn stava vivendo con i Blur, di cui era il bel cantante con la faccia da copertina?
L’idea è quella di costruire dei personaggi disegnati: 2-D (ha la voce di Albarn, tastiera, melodica), Murdoc Niccals (basso), Noodle (chitarra, tastiere, cori) e Russel Hobbs (batteria). Sono protagonisti di fumetti, video, animazioni e compaiono su un palco celati, oppure proiettati graficamente o con degli ologrammi. Questa trovata degli esordi verrà spazzata via da un successo planetario che li spinge a calarsi nei panni di una band in carne e ossa.
La band in carne e ossa
Si arriva così al paradosso che con i Gorillaz, Albarn raccoglie un successo superiore a quello dei Blur. Prendono la forma di un collettivo, dove Albarn e Hewlett sono le due costanti mentre i musicisti coinvolti variano, permettendo di esplorare generi diversi, dall’elettronica all’hip hop alla world music. L’album di debutto, del 2001, multiplatino, schizza in vetta alle classifiche trainato dal singolo “Clint Eastwood”, ancora oggi un classico che chiude i live, come succede anche a “Feel Good Inc.”, vincitore di un Grammy, da “Demon Days” del 2005 (anche nel tour attuale sono a fine scaletta).
Nel 2026, dopo 25 anni insieme, 30 milioni di dischi venduti, tour mondiali, hanno pubblicato il nono album, “The Mountain”, con relativo tour, che fa tappa a Trieste sabato, alle 21.30, in piazza Unità. Partito a marzo, tocca Europa, Asia, Usa, Latino America e in Italia conta due sole date: a giugno al Lido di Camaiore e ora Trieste, dove i 16.000 biglietti disponibili per il concerto in riva al mare sono andati esauriti velocemente.
Uno show imponente
Sarà uno show imponente, il palco è colossale, i monitor proietteranno le animazioni di Hewitt, con una band numerosa di musicisti provenienti da diversi paesi e ospiti a sorpresa, che cambiano di volta in volta. “The Mountain”, infatti, vanta ben 24 collaborazioni di artisti che cantano in sei lingue diverse.
La genesi di “The Mountain” si avvia da vicende personali: la suocera di Jamie finisce in coma a Jaipur, in India, e lui la raggiunge. Nonostante il momento tragico, il disegnatore inglese rimane colpito dall’India e dal calore delle persone che incontra, capisce che questa può essere la chiave per l’album e propone a Damon di tornarci assieme.
Per una infausta coincidenza, entrambi perdono il papà a distanza di dieci giorni, il primo ad andarsene, il 23 luglio 2024 è Keith Albarn, artista visivo dell’avanguardia britannica. Dieci giorni, strana ulteriore coincidenza, dividono le nascite nel 1968 di Damon (23 marzo) e Jamie (3 aprile).
I brani in scaletta
Su questo concept, il lutto, la perdita, la rinascita, il samsara si sviluppa l’album. Non si pensi, però, a musica lugubre: tutt’altro, le canzoni sprigionano energia vitale.
Ci sono anche voci di chi non c’è più: una su tutte, quella di Dennis Hopper nel brano che dà il titolo, “The Mountain” che apre solennemente anche i concerti. Il secondo brano in scaletta, finora, è stato “The Happy Dictator”.
Ispirato a un viaggio di Albarn in Turkmenistan dove il regime totalitario ha deciso di bandire le cattive notizie per garantire sonni sereni e il proliferare di pensieri positivi dei sudditi: da qui il “Dittatore Felice”. «La cosa più dura è dire addio a qualcuno che ami» è un verso chiave contenuto in “Orange County” e non mancherà “Delirium”, con la voce di un altro grande artista che non c’è più, Mark E. Smith.
Nonostante l’occhio di riguardo al recente “The Mountain”, Albarn e soci pescheranno da tutta la loro discografia. Testi a volte profetici, che vogliono far riflettere su questioni come la crisi climatica e il consumismo, senza nulla togliere al groove, alla capacità di far ballare e gioire. Perché in fondo come dicono i Gorillaz: «Viviamo in un mondo di una bellezza scioccante, ma se rifiutiamo di vedere il bello e i colori sarà un inferno».
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