Greison e la scienza senza filtri: «La fisica preferisce le idee e non guarda le scollature delle donne»
La fisica e scrittrice si racconta prima dello show in Friuli: «Basta pregiudizi sulle scienziate, l'autorevolezza non si misura da come ci si veste. In tv mi chiedevano di semplificare troppo, io scelgo la complessità»

Proviamo a sbilanciarci con una descrizione veritiera per inquadrare al meglio la dottoressa Gabriella Greison, fisica, scrittrice, divulgatrice, persino attrice. Una storyteller della scienza? Sembra perfetto. La accendiamo. Ecco, si avvicina la data offerta da “TreeArt Festival — fino a domenica 12 a villa di Toppo Florio a Buttrio — una rassegna che ascolta il tempo e il ritmo della Terra. Greison salirà sul palco stasera, sabato 11, alle 21, con l’intrigante show “La lunghezza d’onda della felicità”, tratto dal suo libro Mondadori. Il programma completo è disponibile su www.treeartfestival.it.
Un titolo che incuriosisce. Ecco, la felicità è qualcosa che la fisica può raccontare o appartiene all’irrazionale?
«La fisica non può dirci cosa ci renderà felici, però può insegnare all’umanità un concetto fondamentale: i sistemi perfettamente prevedibili risultano poco interessanti, lo sono ben di più quelli capaci di sorprenderci. La felicità si alimenta proprio lì, quando la vita smette di obbedire ai calcoli e ci costringe a riscriverli. Per fortuna nessuno ha ancora trovato l’equazione della felicità, altrimenti esisterebbero mille tutorial per impararla.
Nel mio spettacolo mi avvicino alla tematica attraverso le metafore della fisica quantistica e la storia vera di Louis de Broglie, uno dei suoi grandi protagonisti. Ho lavorato negli archivi di Parigi, ricostruendo la vicenda passo dopo passo. È stato lui ad aver intuito che gli elettroni, cioè la materia, possono comportarsi come onde. Un’idea che ha cambiato per sempre il nostro modo di guardare il mondo».
Quando sale sul palcoscenico si sente più fisica o più attrice?
«Preferisco non scegliere. Il mio linguaggio rende la fisica impossibile da dimenticare. Se il pubblico, uscendo dalla sala, ricorda Louis de Broglie invece del parcheggio dove ha lasciato l’automobile, significa che tutto ha funzionato. È questo che mi interessa: far nascere curiosità».
Forse è il motivo per cui tante materie, a scuola, risultano ostiche: spesso vengono raccontate senza emozione.
«Esattamente. La fisica non è difficile: troppo spesso è presentata come qualcosa di già concluso. Si insegnano formule, ma raramente ci si concentra su dubbi, errori, intuizioni, e perfino sui litigi che hanno condotto alla soluzione. Io cerco di restituire l’avventura umana della ricerca. Nei miei saggi e nei miei spettacoli racconto storie. È così che torna lo stupore, il vero motore della conoscenza».
Qual è il pregiudizio più duro da abbattere nei confronti della fisica?
«L’idea che riguardi soltanto gli scienziati. In realtà appartiene a chiunque abbia curiosità. La fisica è un modo di pensare: insegna a distinguere i fatti dalle opinioni, ad accettare nuovi dati, a convivere con il dubbio. È un allenamento alla libertà».
Se ne accorge dal palco quando il pubblico entra a far parte del suo universo?
«Certo. Alla fine degli incontri le persone restano a parlare, fanno domande, vogliono approfondire. Succede anche con tanti ragazzi. Escono di casa, comprano un biglietto, seguono l’esibizione, poi si fermano a discutere e acquistano il libro. Tutto ciò è meraviglioso, non trova?».
Lei ha più volte espresso qualche riserva sul linguaggio della televisione.
«Perché troppo spesso mi è stato chiesto di ridurre tutto a frasi brevissime o di spiegare la fisica come se parlassi a un bambino di tre anni. È una visione che non condivido. Richard Feynman diceva che non aveva davanti bambini, ma persone desiderose di entrare nella complessità. La divulgazione non deve banalizzare».
Il tempo, nella fisica, non coincide sempre con quello che percepiamo. Alla fine dobbiamo fidarci dell’orologio o delle emozioni?
«Gli orologi misurano il tempo, le emozioni la vita. Sono due cose diverse. La fisica insegna che il tempo non è assoluto: dipende dalla gravità e dal punto di vista. Lo sperimentiamo ogni giorno. Cinque minuti di attesa possono sembrare eterni, mentre due ore trascorse con le persone giuste volano via. Mi fido dell’orologio quando devo prendere un aereo; invece per capire se sto vivendo davvero, continuo a cedere alle emozioni».
Tra Einstein, Oppenheimer, Feynman e gli altri grandi protagonisti dei suoi libri, chi inviterebbe oggi a cena?
«Louis de Broglie. Gli chiederei se, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, avrebbe ancora il coraggio di proporre un'idea considerata da tutti impossibile. Fu lui ad affermare che gli elettroni possono comportarsi come onde, un’intuizione che Einstein definì tra le più belle mai ascoltate. È una domanda che mi affascina ancora».
L’intelligenza artificiale può essere un alleato della ricerca?
«Sì, se la si usa con consapevolezza. Io la utilizzo per approfondire calcoli, teoremi, problemi aperti della fisica teorica. Mi offre nuovi punti di vista: è come avere un cervello amplificato».
Una donna che parla di scienza è ancora costretta a difendersi dagli stereotipi? Come la sua scollatura per la quale è stata bacchettata?
«Purtroppo sì. Per molto tempo una donna, per essere considerata autorevole, ha dovuto assomigliare il più possibile a un uomo. Se in quest’epoca sceglie di esprimere liberamente la propria femminilità, c’è chi mette in discussione la sua competenza. È un riflesso culturale, non un problema scientifico. La fisica non guarda una scollatura, preferisce le idee. Credo sia arrivato il momento di fare lo stesso anche al di fuori dei laboratori».
Riproduzione riservata © il Nord Est








