L'ultimo Mittelfest di Giacomo Pedini: «Lascio un festival che produce cultura tutto l'anno»
Alla vigilia del debutto della 35ª edizione, il direttore artistico traccia il bilancio: «Agitarsi prima del sipario non serve. Abbiamo portato il circo in scena e aperto una finestra sulle province dimenticate d'Europa»

Affrontando il Mittelfest c’è la consapevolezza di confrontarsi con una certa unicità artistica, ovviamente teatrale, musicale, coreutica e circense. La multidisciplinarietà è compresa nella natura di un festival visionario.
Già nel 1991 s’immaginò un’Europa unita, almeno in scena, nel mentre ognuno se ne stava per i fatti propri. E siamo all’edizione numero trentacinque, la sesta e l’ultima di Giacomo Pedini, un direttore con grande attenzione per gli sbalzi d’umore della contemporaneità. D’altronde il palcoscenico è infinitamente più reale della vita, diceva Oscar Wilde e così Pedini ha realizzato un serie di tematiche ideali per sviscerare i tanti presente attraversati: Eredi, Imprevisti, Inevitabile, Disordini, Tabù e, ora, Paura.
Cosa fa un direttore quando manca poco o pochissimo all’alzata di sipario di un festival? Si preoccupa? È sereno? Ci dica.
«Guardo le cose che accadono e cerco di vedere dove intervenire».
Lei mi sembra un uomo tranquillo. O si agita?
«Agitarsi non serve. Ricordo una battuta del film “Il ponte delle spie” di Spielberg: al protagonista qualcuno chiede se sia preoccupato e lui risponde: “E a cosa servirebbe?”. Un atteggiamento che condivido».
Chi è consapevole di concludere a breve un percorso, credo abbia chiaro il concetto di eredità da lasciare ai suoi successori e al pubblico.
«Fondamentalmente un paio di cose. L’aver completato il racconto del mondo attraverso tutte le dottrine dello show live — e penso all’arrivo del circo — e la trasformazione del Mittelfest in un ente che produce cultura tutto l’anno. Noi non presentiamo solamente gli spettacoli fine a se stessi: alcuni li produciamo pure, accompagnandoli in tournée. Quando arrivai nel 2021 avevo un’immagine: che il festival fosse il punto culminante di un lavoro continuo. E adesso è così».
Trattiamo la Paura? Così, di petto.
«In realtà è una tematica che individuai più di un anno fa. L’ispirazione mi arrivò leggendo “The Game” di Alessandro Baricco (protagonista di Una Traviata da cortile), quando scrive che là “dove si annida la paura lui va a cercare casa”. La paura è un sentimento primario: ci protegge dal pericolo, ma, allo stesso tempo, ci spinge verso ciò che desideriamo. Ha una doppia natura. Se riuscissimo ad affrontare a testa alta lo sgomento che ci sentiamo addosso, beh, allora potrebbe davvero rivelarsi un piccolo miracolo»
Lei sembra considerare la paura più come un’opportunità che un limite.
«Esattamente. Possiamo restare immobili e farci schiacciare, o fronteggiarla. A me interessa questa seconda opzione. È un invito alla libertà, prima ancora che al coraggio».
Pedini, si ritiene un uomo libero?
«Sono una persona che prova ogni giorno a esserlo. Non è semplice, perché la libertà dipende dalle condizioni materiali e dal contesto. Se il luogo in cui ti trovi non ti permette di realizzare ciò che desideri, bisogna avere l’ardire di cercarne un altro. È un concetto a cui mi ha fatto pensare Alessio Boni, protagonista di Era di Maggio. Per me Mittelfest è stato proprio questo: una realtà dove ho trovato la possibilità di costruire una visione».
Il Mittelfest ha una forte vocazione europea. Quanto è ancora attuale la missione iniziale?
«Direi più che mai. L’Europa non è soltanto Parigi, Berlino o Madrid. È fatta soprattutto di province, di territori, di culture che spesso restano ai margini del racconto dominante. Per questo continuiamo a lavorare con artisti provenienti dai Balcani o dall’Europa centrale e orientale. Sono voci preziose che meritano ascolto».
È anche il senso di alcune scelte artistiche di quest’anno?
«Certamente. Ospitiamo, ad esempio, Jeton e Blerta Neziraj con “Chi perdona”, uno spettacolo che affronta il tema del perdono, appunto, attraverso le vicende del Kosovo e del Sudafrica. Accoglieremo opere ispirate a grandi autori centroeuropei come Sándor Márai (in scena con Bébi. Il primo amore) e Agota Kristóf (John e Joe), scrittori fondamentali che troppo spesso restano esclusi dai circuiti culturali più frequentati. Mittelfest vuole essere anche questo: un’apertura verso un’altra Europa».
In fondo la cultura riesce a unire dove la politica spesso fatica.
«Sul palcoscenico contano le persone e le storie, non le bandiere. La cultura crea connessioni più profonde perché permette di riconoscersi nell’altro. Ed è questa la sua forza».
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