Leone d’Oro alla carriera a Ellen Burstyn, la madre nell’Esorcista
L’annuncio dopo quello del premio a George Clooney. Nei giorni della Mostra, al Lido sarà presentato l’ultimo cortometraggio che la vede protagonista, diretta da Maggie Gyllenhaal, dedicato a Marylin Monroe

Ecco il secondo ruggito alla carriera della Mostra del Cinema di Venezia: dopo l’annunciato premio a George Clooney, sarà l’attrice americana Ellen Burstyn a ricevere l’onore di un Leone d’oro per il suo percorso cinematografico e artistico.
E proprio al Lido, nei giorni della Mostra, sarà presentato l’ultimo cortometraggio che la vede protagonista, diretta da Maggie Gyllenhaal (presidente di Giuria di Venezia 83) e dedicato a Marylin Monroe.
La decisione è stata presa dal cda della Biennale, che ha fatto propria la proposta del direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera. Ellen Burstyn, nell’accettare la proposta, ha dichiarato: «Wow! Non solo ho la possibilità di viaggiare in una delle mie città preferite in assoluto in tutto il mondo... ma me ne torno a casa stringendo tra le braccia un Leone d'oro! Il Leone d'oro alla carriera della Mostra del Cinema di Venezia! Mi sento così onorata — così felice — così piena di gratitudine! Davvero wow!».
A proposito di questo riconoscimento, il direttore Alberto Barbera ha chiarito: «Interprete di rara intensità e verità, Ellen Burstyn ha attraversato oltre cinquant'anni di cinema americano restituendo profondità e complessità a personaggi femminili indimenticabili, capaci di incarnare le contraddizioni e le trasformazioni della donna contemporanea. Rivelatasi con “L'ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich, ritratto crepuscolare della provincia americana, e consacrata dal successo planetario de “L'esorcista” di William Friedkin, Burstyn ha conquistato l'Oscar come miglior attrice con “Alice non abita più qui” di Martin Scorsese, film manifesto sulla riconquista di identità e libertà femminile. Negli anni ha collaborato con alcuni dei più importanti registi dell’epoca: Alain Resnais in “Providence”, Paul Schrader in “Hardcore”, Bob Rafelson ne “Il re dei giardini di Marvin”, Paul Mazurski in “Il mondo di Alex e Harry e Tonto”, Darren Aronofsky in “Requiem for a Dream” e Cristopher Nolan in “Interstellar”, per non citare che alcuni degli oltre 150 film da lei interpretati. Presidente dell'Actors Studio, Burstyn ha fatto della fragilità e della disciplina metodica gli strumenti di una recitazione fondata sulla verità emotiva, sull'ascolto e sulla generosità verso i propri personaggi. La sua arte, capace di illuminare il dolore e la resilienza quotidiana con dignità, ironia e coraggio, resta un modello assoluto di autenticità interpretativa e di impegno civile nel mestiere dell'attrice».
Il ritratto dell’attrice
Classe 1932, Ellen Burstyn debutta a Brodway nel 1957 per poi entrare all’Actors Studio di Lee Strasberg nel 1967 che valorizzerà quell’approccio realistico alla recitazione che ne ha contraddistinto la carriera. Il successo arriva nel decennio ’70-‘80.
Prima con “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich (1971) grazie al quale conquista la sua prima nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista. La seconda candidatura (questa volta come interprete principale) è datata 1973: Ellen Burstyn è la madre disperata della piccola Regan, la bambina posseduta in uno dei film più iconici e terrificanti di quegli anni: “L’esorcista” diretto da William Friedkin: inquadrature (Padre Merrin davanti alla casa di Regan illuminata solo da un lampione), musiche (l’inconfondibile tema di “Tubular Bells” firmato da Mike Oldfield), sceneggiatura (basata sull’omonimo romanzo di William Peter Blatty) sono destinate a diventare un classico del filone demoniaco.
“L’esorcista” diventa un crocevia fondamentale per la sua carriera che la segnerà anche nel fisico: durante una scena- (quella in cui la figlia la strattona e la scaraventa a terra), infatti, riporterà una lesione permanente alla schiena. Sono le prove generali per la statuetta che arriva nel 1975 per il ruolo da protagonista in “Alice non abita più qui” di Martin Scorsese (nello stesso anno vince anche il Tony Award come miglior interprete dell’opera teatrale “Same Time, Next Year” che avrà anche un adattamento cinematografico nel 1979 per il quale collezionerà la sua quarta nomination agli Oscar).
Se nei decenni successivi, il percorso artistico di Ellen Burstyn vira verso la televisione, il teatro e l’insegnamento, senza significativi acuti cinematografici (fatta eccezione per “Resurrection” nel 1980), nel 2000 è la straziante protagonista del secondo film di Darren Aronofsky “Requiem for a Dream”, una donna dipendente da anfetamine che le vale la sua ultima nomination all’Oscar.
È l’inizio di una seconda giovinezza sullo schermo, contrappuntata da altri preziosi ruoli, sia al cinema che in televisione: lavora ancora con Aronofsky in “The Fountain” (presentato proprio alla Mostra del Cinema nel 2006 insieme a “The Wicker Man”, quest’ultimo Fuori Concorso) e con Oliver Stone nel 2008 (W.); partecipa ad un episodio di “Law & Order” per il quale vince un Emmy Award come miglior guest star in una serie drammatica televisiva e, nel 2014, è nel cast di “Interstellar” di Christopher Nolan in cui interpreta la protagonista Murph da anziana.
Nel 2020 torna alla Mostra del Cinema con il film di Kornél Mundruczó “Pieces of a Woman” prima di ritornare al ruolo che l’ha resa celebre nel sequel “L’esorcista – Il credente” di David Gordn Green.
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