I Dogstar a Pordenone Blues, Keanu Reeves: «Siamo tre amici che si divertono moltissimo»
L’attore al Parco di San Valentino: «Torniamo sempre volentieri in Italia, alle volte è importante prendere posizione e creare un terreno comune»

«Ci divertiamo ancor più di un tempo, abbiamo il controllo creativo al 100%, ci autofinanziamo e produciamo, così non dobbiamo rendere conto a nessuno, il divertimento va di pari passo con questa libertà immensa». I californiani Dogstar nascono nel 1991 come un trio di amici che amano suonare assieme, e oggi restano tali: danno questa impressione a sentirli interagire e scherzare collegati da Los Angeles per l’intervista.
Tornano in Italia per quattro date (prodotte da D’Alessandro e Galli) con il nuovo album “All in Now” e fanno tappa al Pordenone Blues&co. Festival al Parco di San Valentino martedì, alle 21, in apertura The Damn Truth e Frano Livingston. Ci sono Bret Domrose (chitarra e voce) e Robert Mailhouse (batteria e cori), ma i riflettori sono inevitabilmente puntati su Keanu Reeves, star del cinema mondiale qui al basso e cori, anche se le regole sono precise: niente domande sulla sua carriera di attore. «A me interessa solo che alle persone piaccia la musica dei Dogstar – dice il protagonista di “Matrix” e “John Wick” – e che apprezzino quello che facciamo. Così come mi capita di sperare che si appassionino a un film. Tutto qua».
Rob: «Ho musicato una serie web, suonato in qualche band, ho vissuto, viaggiato, mi sono sposato… ma ci siamo anche trovati tra noi per una suonata in garage, siamo amici e abbiamo continuato a vederci, a fare qualche jam. Finché abbiamo ricominciato a scrivere canzoni nuove, ed eccoci qui, due album dopo».
Bret: «Io ho lavorato a colonne sonore e musica da film».
Keanu: «Non ho suonato se non sporadicamente e mi mancava tantissimo. Essere di nuovo insieme, divertirci, tornare in Italia dove abbiamo suonato anche due anni fa mi rende felice».
Il vostro rapporto con l’Italia?
«Il pubblico è caloroso, uno dei nostri preferiti, non vediamo l’ora di reincontrarlo. Quello che ci piace dell’Italia e dell’Europa in generale è osservare le architetture o visitare qualche museo, questo senso di antichità conquista sempre noi americani, dalla storia molto più breve. Ci piace godercela in tutta la sua bellezza, guardarci attorno, mangiare del buon cibo, incontrare le persone: insomma non ci limitiamo a suonare di città in città».
Siete una rock band forgiata col suono anni ’90. Che effetto vi fa trovarvi oggi in un mondo musicale cambiato?
Rob: «Noi suoniamo la musica che ci piace, sul modello di quella con cui siamo cresciuti e non potremmo fare a meno degli strumenti classici da rock band. Ma tra i giovani non ci sono solo laptop e drum machine, molti continuano a imbracciare una chitarra o altri strumenti, sono fiducioso».
Keanu: «Per me è grandioso che ci sia così tanta musica differente in giro, contano le vibrazioni che trasmette, che ti permetta di identificarti, esprimere te stesso, che ti porti altrove… penso che questo periodo storico offra tante possibilità di scelta».
Che ne pensate dell’avvento dell’intelligenza artificiale?
Rob: «La musica, l’arte in generale, si basa sulle connessioni tra esseri umani. I Dogstar non utilizzano l’IA, ma non la vedo come una minaccia, perché ci sono cose che non potrà mai sostituire. Nessuno vorrebbe fare l’amore con un robot piuttosto che con una persona in carne e ossa. Non credo che Mozart o Beethoven avrebbero apprezzato l’IA, e neanche Pavarotti. In musica ci sarà sempre bisogno del tocco umano».
Keanu: «Nella band non usiamo in nessun modo l’IA, ma se qualcuno vuole utilizzarla e qualcun altro vuole ascoltarla, c’è spazio per tutto».
Bret: «Magari la useremo per farci suggerire dove trovare i migliori gnocchi in Italia».
Vi dichiarate una band non politicizzata, ma nel nuovo album c’è una canzone apertamente contro Trump. La musica ha ancora una carica eversiva?
Bret: «Non per forza i musicisti devono fare dei sermoni ma hanno la possibilità di riunire tante persone, tanti cuori, anime, menti quindi penso sia importante, a volte, prendere posizione e creare un terreno comune».
Rob: «Altre volte, però, si va ai concerti anche per staccare dalla realtà che ci circonda, dalla sofferenza, spegnere un attimo i notiziari. Come quando leggi un libro o fai una passeggiata nella natura per estraniarti. Allora la musica può essere semplice momento di condivisione gioiosa».
All’inizio della vostra carriera avete aperto per Bon Jovi e David Bowie. Cosa ricordate?
Keanu: «Uno dei primi show con David e Bon Jovi era al Los Angeles Forum, e un paio di date in Australia, ci dovevamo dare dei pizzicotti per renderci conto, un’opportunità pazzesca. Poi con Bowie abbiamo suonato all’Hollywood Palladium, altra esperienza da capogiro. Ricordo che stavamo facendo il soundcheck e Bowie era lì nella sala vuota che ci ascoltava in una nuvola di fumo, un vero gentiluomo, voleva anche concederci più tempo per suonare, un signore, ci manca molto».
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