Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 7 maggio

Francesca Archibugi firma con “Illusione” un film piovoso e medievale: ma anche il risultato è illusorio. L’opera prima di Lucia Calamaro, “Antartica – Quasi una fiaba”, dimostra coraggio

Marco Contino, Michele Gottardi
Una scena di "Antartica – Quasi una fiaba"
Una scena di "Antartica – Quasi una fiaba"

Ispirato a un fatto di cronaca, “Illusione” di Francesca Archibugi conferma da un lato l’attenzione della regista verso le adolescenti sin dai tempi di “Mignon è partita”, dall’altro mostra anche la difficoltà dei cineasti nostrani di scrivere un plot noir asciutto senza ricadere nelle spire voluttuose della commedia.

Il permafrost si sta sciogliendo ma può nascondere scoperte rivoluzionarie. La drammaturga Lucia Calamaro esordisce dietro la macchina da presa con un film di fantascienza comica, quasi un pioneristico “solar punk”, inedito per il cinema italiano. Il coraggio non manca anche se resta difficile dosare i registri e non lasciarsi avviluppare da derive un po’ troppo filosofiche.

Illusione

Regia: Francesca Archibugi

Cast: Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Vittoria Puccini, Francesca Reggiani, Aurora Quattrocchi, Filippo Timi

Durata: 110’

Un fotogramma della pellicola "Illusione"
Un fotogramma della pellicola "Illusione"

Il nuovo film di Francesca Archibugi, “Illusione”, trae spunto da un fatto di cronaca. Dieci anni or sono, in un fosso vicino all’autostrada nei pressi di Perugia, viene trovato il corpo di una minorenne: tutti la credono morta, ma la giovane invece respira ancora: che si tratti di vittima della tratta delle ragazze dall'Est?

Il dramma noir che Archibugi delinea, per un canto, l’attenzione della regista verso le adolescenti sin dai tempi di “Mignon è partita” (1988), dall’altra mostra anche la difficoltà dei cineasti nostrani di scrivere un plot noir asciutto senza ricadere nelle spire voluttuose della commedia.

Protagonisti del film sono la sostituta procuratrice Cristina Camponeschi (Jasmine Trinca) e lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino), chiamati immediatamente a occuparsi del caso; ma l’indagine è più complicata del previsto, perché Rosa, la ragazza moldava trovata nel fosso, non sembra avere coscienza delle brutali violenze subite e copre la verità dei fatti. Dietro la maschera di un’incessante gioiosità emerge un profilo psicologico molto disturbato.

Come è arrivata a Perugia questa Lolita che non sembra una normale prostituta e che si comporta come una bambina con tante perversioni?

La regista ha dichiarato che ha voluto fare “un film piovoso e medievale”. Nel primo caso i movimenti di macchina, della luce e del suono concorrono a rendere l’atmosfera descritta dalle intenzioni; il secondo resta più sfumato e fumoso, anche per una trama infarcita di storie parallele e sottotraccia, di personaggi un po’ ambigui che non sempre vengono definiti correttamente o che si perdono poi per strada, come il burbero commissario di Filippo Timi o la suocera dello psicologo Francesca Reggiani, specie di dea ex machina delle sorti della famiglia.

E anche il film, come il titolo, dà luogo a molte illusioni nello spettatore, non riuscendo a concretizzarle tutte appieno. (Michele Gottardi).

Voto: 5

***

Antartica – Quasi una fiaba

Regia: Lucia Calamaro

Cast: Silvio Orlando, Barbara Ronchi, Valentina Bellè, Simone Liberati

Durata: 93’

Un fotogramma di “Antartica – Quasi una fiaba”
Un fotogramma di “Antartica – Quasi una fiaba”

Antartide, base scientifica italiana “Sidera”. Un manipolo di climatologi e glaciologi guidato dal decano Fulvio Cadorna (Silvio Orlando) vive la quotidianità “sghemba” di un luogo remoto e freddissimo, scelto per motivi diversi: qualcuno come rifugio da una società in cui non si riconoscono più, altri mossi da autentico fervore scientifico, altri ancora per trovare pace da un trauma.

L’arrivo alla base di una nuova scienziata, Maria (Barbara Ronchi), coincide con un “ritrovamento” di enorme importanza che potrebbe consentire di sviluppare rivoluzionarie tecniche di ibernazione di esseri viventi. Tra dilemmi etici, corporation che vorrebbero appropriarsi della scoperta di Maria, i segreti custoditi da Fulvio e i rapporti sempre più tesi tra gli scienziati, quel luogo lontanissimo diventa il centro di gravità di riflessioni su temi fondamentali come il tempo, il fine ultimo della ricerca scientifica, il desiderio (egoistico e, allo stesso tempo, altruistico) di lasciare la propria impronta nella storia dell’umanità.

L’esordio dietro la macchina da presa della drammaturga romana (cresciuta in Sud America al seguito del padre diplomatico, una laurea in arte ed estetica alla Sorbona) Lucia Calamaro, “Antartica – Quasi una fiaba”, è un film ambiziosissimo e, come il Polo Sud dove è ambientato, lontanissimo da un cinema italiano troppo spesso confinato in spazi e argomenti angusti.

L’idea di una fantascienza dai tempi comici (il tono della Calamaro, infatti, non è mai serio, semmai profondo) e di un pioneristico film “solar punk” (il movimento culturale che promuove una visione ottimista e progressista del futuro) è seducente, così come il retroterra di un’opera che nasce da un viaggio transiberiano della regista, dall’osservazione del ghiaccio come macchina del tempo e da un afflato bibliografico che abita l’autrice e la anima delle migliori intenzioni e, in particolare, di una bonomia e di una pietas per tutto ciò che è umano.

Non sempre, però, l’impalcatura teorica del film regge, un po’ per la difficoltà di galleggiare su questo registro comico-sentimental-fantascientifico, un po’ per lo spiccato impianto teatrale (terreno familiare per la regista) con alcuni monologhi elicoidali sul senso della vita che sembrano girare a vuoto proprio laggiù dove la finitezza del mondo è ancora più tangibile e “glaciale”.

Se il microcosmo di scienziati è un coro che permette ai solisti (Ronchi, Orlando, ma anche Valentina Bellè, in un ruolo un po’ squinternato) di emergere, la necessità di asciugare la trama per lasciare spazio agli interrogativi esistenziali, lascia sospese alcune sottotrame che restano appena accennate (esemplare, in questo senso, il litigio tra Fulvio e Maria che, inspiegabilmente, viene “decapitato” proprio quando dovrebbe esplodere). Se i difetti (anche fisiologici per un’opera prima) sono tangibili, lo è anche la caparbietà di un’autrice che ha scelto il percorso più difficile, rivelando, in un azzardato carotaggio del cinema italiano, che sotto strati di inveterata e trita consuetudine ci può essere spazio anche per storie diverse, fuori dal Raccordo Anulare, anche se, quasi per paradosso, il film è stato girato non lontano da Roma, nel bunker Soratte, che fu di Mussolini, per ricreare gli spazi claustrofobici della base polare. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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