Ivano Bordon e la doppia vittoria al Mondiale

Parla il veneziano, unico italiano vivente due volte iridato nel calcio, senza mai scendere in campo

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Ivano Bordon ai tempi in cui allenava i portieri della nazionale nel 2006
Ivano Bordon ai tempi in cui allenava i portieri della nazionale nel 2006

Ivano Bordon è nato a Marghera, in provincia di Venezia, il 13 aprile 1951. Campione del mondo con la Nazionale di Enzo Bearzot, nel 1982, pur senza scendere in campo (22 invece le presenze totali in azzurro), ha giocato con Inter e Sampdoria in serie A, con la Sanremese per qualche mese in serie C, chiudendo la carriera nel Brescia in serie B.

In maglia nerazzurra ha vinto due scudetti, nel 1971 e nel 1980, e due Coppe Italia. Con la Sampdoria ha conquistato un'altra Coppa nazionale. Da giocatore è stato campione del mondo con la Nazionale militare nel 1973 in Congo Brazzaville. Prima di approdare in Nazionale, con Marcello Lippi, aveva ricoperto il ruolo di preparatore dei portieri con Udinese, Juve e Inter. Nella sua carriera ha avuto come maestro Lido Vieri. 

 

 

Comincia come finisce: «Sono l'unico italiano vivente ad avere vinto due campionati del mondo». Uno da vice di Dino Zoff, 1982, in Spagna, l'altro da preparatore dei portieri con Marcello Lippi, 2006, in Germania.

Ivano Bordon, da Marghera, bandiera dell'Inter tra gli anni settanta e ottanta, lo dice con l'orgoglio del timido, come tutti i veneti dotati di una naturale ritrosia.

Ivano non si scompone neppure quando, con malizia, gli diciamo che sì, ne ha vinti due, ma entrambi senza scendere in campo.

«Per me è stato un onore essere il secondo di Dino, il migliore della sua epoca. Non si vince soltanto andando in campo, ma facendo spogliatoio, aiutando il gruppo, mettendosi a disposizione del numero 1. Io, per esempio, mi scaldavo con lui perché allora non c'era l'allenatore dei portieri».

Nel 2006, invece, era lei il preparatore di Buffon?

«Un altro grandissimo portiere. Io potevo mettere a disposizione l'esperienza, le conoscenze e la tecnica. E' stata una storia bellissima e non solo perchè abbiamo vinto il Mondiale. Con Buffon, Peruzzi e Amelia si era creato uno splendido rapporto».

In verità un titolo iridato sul campo l'ha vinto: 1973 Mondiale militare in Congo Brazzaville.

«E' quello che sento più mio e non solo perché ho giocato, ma per le condizioni oggettive in cui ci siamo trovati».

La sua è una lunga e bella strada che comincia a Marghera.

«Sì, all'oratorio, una volta si andava tutti lì. Ci si conosceva, si imparava a vivere con gli altri. Soprattutto con quelli che avevano qualche difficoltà di inserimento. Li sia aiutava e loro aiutavano noi. Non facevamo solo calcio, ma anche tanti altri sport, per esempio la pallacanestro».

Quindi non è stato subito amore per la porta?

«Giocavo anche fuori, in porta ci sono arrivato con il tempo».

Come si chiamava il suo primo allenatore?

«Elio Borsetto, mio zio e mio papà si rivolsero a lui quando avevo 12 anni. Era alla Mestrina, ma stava per andare alla Miranese. Mi disse che, se volevo, sarebbe potuto passare a prendermi, due volte la settimana, con la macchina per portarmi con lui. Fino ai 14 anni giocai con gli allievi della Miranese».

E poi fu subito Milano?

«No, c'è un altro passaggio da fare. Mio papà, che con la Miranese aveva giocato, si era messo d'accordo che mi avrebbero lasciato libero. E così fu. Sempre con lo stesso accordo, cioé svincolato alla fine dell'anno, mi prese la Juventina di Marghera. Lì cominciai a mostrare qualcosa di buono. Infatti, oltre che giocare con gli allievi, mi chiamarono nella rappresentativa veneta».

Quando arriva all'Inter?

«Nel gennaio del 1966. Non avevo ancora quindici anni, perché io li compio ad aprile. Il mio primo campionato. Ho giocato con quella maglia fino all'83, poi andai alla Sampdoria e chiusi nel Brescia in serie B. Ho smesso nell'88-89».

La curiosità è che a Brescia scoprirà cosa fare dopo il calcio giocato.

«Sì, il secondo di Bruno Giorgi era Adriano Bardin, il primo, che io ricordi, ad occuparsi di preprazione dei portieri».

A proposito di allenatori. Lei vinse il primo scudetto nel 1971, con Invernizzi che sostituì Heriberto Herrera, detto il ginnasiarca.

«Fui fortunato perché era stato proprio Invernizzi a portarmi all'Inter. Mi seguiva, mi voleva bene. Feci nove presenze».

Com'era Invernizzi?

«Aveva una mentalità simile a quella di Bersellini, che venne dopo di lui. Ai giovani insegnava calcio, anche se a volte era rigido. Quando prese la prima squadra dimostrò di saper gestire il gruppo, non entrò mai in rotta di collisione con i senatori, seppe adeguarsi alla situazione».

E Bersellini?

«Per tutti noi fu uno choc. Veniva dalla Sampdoria che era stata appena retrocessa, aveva una corazza che gli permetteva di non essere scalfito da nulla, era attentissimo alla dieta, ci impartiva allenamenti durissimi. In ritiro, a San Pellegrino, fece scavare una buca ai limiti del campo, con la terra costruì una sorta di montagnetta e lì ci faceva fare le ripetute, gli skeep, gli scatti, spesso in mezzo al fango».

Possiamo definirlo un innovatore, visto che faceva anche da preparatore atletico.

«No, il preparatore ce l'aveva, era il famoso professor Onesti, un altro che non mollava fino a quando non avevi la lingua di fuori. Un giorno arrivo ad Appiano e dico che mi fa male una gamba, un muscolo che mi dava fastidio. Lui mi chiede dice di mettermi da parte e, non esagero, mi fece fare 500 addominali. Da morirci».

Ha mai pensato di fare l'allenatore?

«No, so quali sono le dinamiche all'interno di una squadra e le situazioni che si vengono a creare. Preferisco avere a che fare con tre o quattro portieri piuttosto che con trenta teste».

Lei ha lavorato molto con Marcello Lippi, come mai?

«Lo conoscevo ancora quando giocava perchè, tanti anni prima, dalla Samp era venuto a fare una tournée estiva con l'Inter. Poi, quando io ero andato a Genova, lui era allenatore della Primavera della Samp. Avevamo un buon rapporto anche perché ci frequentavamo fuori dal calcio. Con lui ho fatto cinque anni alla Juve, due all'Inter, altri tre alla Juve e poi la Nazionale».

Chi è il portiere italiano che assomiglia di più a Bordon?

«Il calcio è cambiato, i portieri sono cambiati. E non solo perché usano molto di più i piedi. Adesso non si para più come una volta. Io sono stato cinque o sei anni con Lido Vieri, il mio maestro. Allora l'allenatore dei portieri non c'era, dovevamo arrangiarci e io ho preso molto dal suo stile».

Ma se dovesse fare un nome per forza?

«Carnesecchi dell'Atalanta». —

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