L’Hiv dopo 40 anni: ancora milioni di persone infettate e nessun vaccino

I farmaci che abbiamo a disposizione non sono in grado di eradicare l’infezione

Mauro Giacca
Una campagna di sensibilizzazione contro l'Hiv (Lasorte)
Una campagna di sensibilizzazione contro l'Hiv (Lasorte)

Era il maggio 1986, esattamente 40 anni fa, quando il Comitato Internazionale per la Tassonomia dei Virus coniò il nome di Human Immunodeficiency Virus (Hiv) per chiamare un nuovo virus che stava dilagando senza controllo. Erano passati 5 anni da quanto il Cdc americano aveva iniziato a riportare casi di giovani gay morti per inspiegabili immunodeficienze, e 4 anni da quando la malattia era stata chiamata Acquired Immunodeficiency Syndrome, o Aids.

Nel 1983, il virus era stato isolato tra Parigi e Bethesda. Con il test in grado di identificare l’infezione, sviluppato nel 1985, ci si rese drammaticamente conto della portata del problema in Africa, dove quasi 10 milioni di persone erano infettate. Nel 1987, fu introdotto il primo farmaco, l’Azt, inattivo da solo. Nel 1996 ci fu la grande svolta: un altro farmaco, disegnato al computer, in combinazione a molecole simili all’Azt, riusciva a controllare la replicazione del virus. Da malattia che inevitabilmente portava alla morte per Aids, l’infezione da Hiv era diventata una condizione con cui si poteva convivere.

Cosa succede oggi ad HIV a distanza di 40 anni? Le statistiche dicono che ancora 40,8 milioni di persone vivono infettate dal virus, con 1,3 milioni di nuovi casi e 630 mila morti di Aids ogni anno. Grazie ai farmaci, questo numero di decessi è il 70% più basso di quello del picco dell’epidemia nel 2004 e possiamo prevenire l’infezione nei bambini e nelle donne esposte. Però, non abbiamo un vaccino e i farmaci non riescono ad eradicare l’infezione. Ad oggi, soltanto 10 persone al mondo sono guarite dal virus. Sono tutti individui che, per altri motivi, hanno avuto un trapianto di midollo da un donatore in cui il gene Ccr5 era inattivo (circa l’1% della popolazione normale porta mutazioni in questo gene).

Senza Ccr5 il virus non riesce a entrare nelle cellule e il sistema immunitario delle persone trapiantate diventa resistente all’infezione e il virus sparisce. Un simile trapianto di midollo non si può eseguire in tutti ma questo ci indica una nuova strada. Già quest’anno, al congresso della Società Americana di Terapia Genica e Cellulare di Boston diversi gruppi di ricerca hanno mostrato i primi dati incoraggianti su come inattivare Ccr5 usando l’editing genetico o produrre stabilmente anticorpi contro questa proteina usando vettori virali.

Potrebbe finalmente funzionare. Come poi fare arrivare queste terapie genetiche sofisticate in Africa sarà tutto un altro problema.

 

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