Mario Monti vota no: «Riforma della giustizia? Una spallata allo Stato di diritto»
Il senatore a vita vota avverte: «Il modello Meloni-Trump vede le regole come un fastidio. Senza dialogo, l'Italia rischia la deriva autoritaria».

«Lo stato di diritto rischia una spallata se vincesse il Sì al referendum». Da indipendente fuori dagli schieramenti, che ha elogiato anche alcuni aspetti del governo Meloni, come la disciplina di bilancio, l’ex premier Mario Monti, oggi senatore a vita, non intende scendere nell’arena per contrapporsi frontalmente alla premier. Non gli interessa.
Ma non per questo si esime dal denunciare i rischi di “deriva autoritaria” cui è esposto il paese se questa riforma della giustizia vedesse la luce.
Perché professore? Senza scomodare Karl Schmitt, lei vede il rischio che si scivoli verso una sorta di liberalismo autoritario, verso un potere decisionista, espressione di una democrazia plebiscitaria?
«Non voglio drammatizzare, ma questo rischio esiste. E per questo, rompendo la mia tradizione, mi sono espresso a favore del No al referendum: perché qui secondo me non è solo in gioco la scelta tra due diverse possibili architetture del sistema della giustizia italiana, ma è in gioco una spallata allo stato di diritto. Il che, vedendo anche gli esempi internazionali ed americani, potrebbe preludere ad altre spallate. È vero che chi è eletto ha il diritto-dovere di governare, ma lo ha entro i limiti che l’assetto costituzionale e internazionale hanno posto a presidio delle minoranze. E direi anche a presidio di un modo più serio ed efficace di governare, perché si risparmiano molti errori».
Che intende più precisamente con esempi americani?
«In sintesi, non vorrei che Italia ed Unione europea finissero per assomigliare al sistema di governance che il presidente Trump sta cercando di introdurre negli Stati Uniti e nel mondo».
E come le sembra la postura assunta dall’Europa nei confronti degli Usa?
«È un momento di interessante evoluzione, perché l’Ue è arrivata all’avvento del Trump due come un cervo che attraversa una strada di notte abbagliato dai fari di un’automobile. Solo di recente singoli Stati e l’Ue nel suo complesso hanno trovato la forza di dire dei no a Trump, mai facili da dirsi, perché siamo ancora largamente sotto l’ombrello americano per quanto riguarda la difesa. Ma siccome serpeggia l’idea che non vi sia più certezza di avere questo ombrello, dato l’atteggiamento coerente di antipatia e disprezzo nei confronti dell’Ue da parte di Trump, è difficile che a Mosca siano ancora convinti che vi sia davvero una risposta americana ad eventuali aggressioni o interventi contro paesi europei. Quindi forse nell’atteggiamento più risoluto e meno inginocchiato nei confronti di Trump c’è anche la considerazione che la fiducia nella effettiva sussistenza di un ombrello sull’Europa diminuisce al pari del costo politico di dirgli qualche no».
Meloni doveva pensarci prima a prendere le distanze dall’America?
«Meloni è coerente con se stessa: la riforma del premierato è intesa a separare in modo netto chi sta di qua da chi sta di là: addirittura diventerebbe letteralmente impossibile avere dei governi di unità nazionale in situazioni di emergenza del Paese, come capitato in passato: perché lei applica il bipolarismo all’estremo. Ed anche non aver cercato il dialogo per questa riforma della giustizia fa parte di un modello di governo, per cui chi è eletto governa per cinque anni e alla fine gli elettori giudicano. Il che è molto bello, ma abbiamo visto in tanti paesi in questi anni che ci sono momenti in cui o il sistema consente che si uniscano gli sforzi, o va a rotoli: nelle democrazie parlamentari come quella italiana o tedesca questa cosa è stata possibile, in un regime come quello francese no, perché il presidente è capo di una parte».
Ma questa postura della premier rischia di farci scivolare verso un assetto diverso della nostra architettura istituzionale?
«Sì, vedo il rischio di una tendenza a tentare di superare lo stato di diritto, visto come un fastidio e un ostacolo al fare di chi governa. Mentre io non ho mai concepito in tal modo le Costituzioni: ci sono cose che non fanno piacere a chi deve governare. Quando ero commissario alla concorrenza di Bruxelles, ho subìto sconfitte cocenti per sentenze della Corte di giustizia europea, che ha annullato decisioni della Commissione nei confronti di Stati o grandi imprese. Ma io non ho mai pensato che non ci lasciassero governare, perché proprio a causa di quelle sentenze abbiamo fatto riforme migliorative delle procedure decisionali e della trasparenza. E l’arma potente che avevamo in mano è diventata più credibile e rispettata. E sono convinto che oggi la governance di sistemi complessi debba fare leva soprattutto sulla persuasione e sulla collaborazione: questo spesso viene visto come un fastidio. Ma stiamo vedendo i primi segni negativi del metodo che Trump porta agli estremi per superare tutte le barriere che un governo può incontrare di fronte ad autorità indipendenti o alla magistratura. E la stessa cosa a largo raggio avviene con la teorizzazione che il diritto internazionale sia superato».
Malgrado ciò, le opposizioni al governo hanno sbagliato a rigettare l’invito ad un tavolo bipartisan per condividere le asprezze della crisi?
«Sì, avrebbero dovuto accettare un dialogo, ma va detto che la premier non ha fatto nulla per agevolarlo. Ha sbagliato anche il governo a fare questa richiesta all’ultimo momento, dopo non aver avuto nessuna attenzione e dopo essersi quasi deliberatamente contrapposto alle opposizioni in molte occasioni».
Per concludere: c’è grande preoccupazione nel Paese per gli effetti della guerra sull’economia italiana se il conflitto si prolungasse. Eccesso di allarmismo?
«Sicuramente si è accresciuta la grande incertezza che regnava a seguito dell’avvento del presidente Trump e della sua politica dei dazi. Poi questa guerra ha la caratteristica di essere andata a colpire un punto nevralgico per tutta l’economia mondiale, non solo la fornitura, ma anche la circolazione del petrolio. E quindi le conseguenze cominciano a vedersi in termini di preoccupazione dei cittadini. Inoltre siamo in un quadro di grande incertezza circa la volontà e la capacità dell’Ue di reagire a questa situazione in un modo unitario».
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