La Serbia espelle un esperto italiano di diritti umani: «È una minaccia per la sicurezza»

Massimo Moratti, di Staranzano, ha lavorato per Amnesty e da anni collabora con Osservatorio Balcani Caucaso. L'ordine di espulsione rischia di separare Moratti da moglie e figlio, a cui le autorità hanno invece concesso il permesso di soggiorno

Una veduta di Belgrado
Una veduta di Belgrado

Prima un tempo sospeso, per settimane, nella speranza vana di ottenere il permesso di soggiorno, così come moglie e figlio. Poi l’angoscia, con un provvedimento di espulsione pendente sulla testa che sarebbe diventato efficace a partire da sabato 19 settembre. Infine, all’ultimo minuto – dopo che la notizia è uscita sui media serbi e italiani sollevando un caso – una mini-proroga di due settimane, arrivata venerdì pomeriggio a sospendere l’espulsione in attesa che venga analizzato il ricorso e deciso in merito.

Sono i contorni della vera odissea che sta vivendo Massimo Moratti, cittadino italiano originario di Staranzano (Gorizia) con una ventennale esperienza nei Balcani, stimato ricercatore e esperto di diritti umani e da anni collaboratore del portale Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (Obct), residente stabile a Belgrado.

Cos’è successo

Moratti a sorpresa è stato espulso dalle autorità in Serbia, che gli hanno imposto anche il divieto di tornare nel Paese per un anno. Motivazione: la sua persona rappresenterebbe un «rischio inaccettabile» per la sicurezza nazionale.

Moratti dal 2022 vive a Belgrado con la moglie giapponese impiegata nella capitale e un figlio di due anni.

Lo scorso gennaio, ha confermato lui stesso a questo giornale, aveva presentato domanda per il permesso di soggiorno temporaneo per sé e la sua famiglia, poi concesso solo alla moglie e al bambino. Moratti invece è stato interrogato dai servizi serbi, la Bia, sulle sue attività passate e presenti.

Successivamente, ha sintetizzato venerdì 18 la vicenda l’Obct, gli è stato notificato il provvedimento di espulsione, con annesso divieto di ingresso in Serbia per un anno e dunque la conseguente separazione forzata dai suoi cari. Oltre a contestargli un presunto, generico, fattore di rischio, le autorità di Belgrado non hanno fornito alcun’altra motivazione sul provvedimento.

L’opposizione al procedimento

Moratti, lo scorso 10 settembre, ha presentato ricorso attraverso un legale, senza ricevere però alcuna risposta. E il 19 settembre scadevano i termini per lasciare il Paese.

Nel tardo pomeriggio di venerdì 18, poche ore prima dell’allontanamento forzato della Serbia, una svolta parziale: Moratti ha ottenuto una proroga al suo diritto di rimanere nel Paese balcanico. Le autorità, ha fatto sapere Obct, gli hanno concesso una sospensione di due settimane al provvedimento di espulsione, in modo che possa quantomeno rimanere a Belgrado in attesa che venga esaminato il suo ricorso.

Sulla vicenda aveva acceso le luci per prima la Piattaforma per la sicurezza dei giornalisti del Consiglio d’Europa (CoE), che aveva lanciato giovedì 17 un “alert” sul caso, ricordando che l’esperto è fin dal 2005 corrispondente per Obct da Sarajevo e Belgrado, dal 2011 al 2018 ha lavorato in Serbia su molteplici progetti, inclusi alcuni sull’assistenza a profughi e sfollati. Per anni è stato anche vicedirettore dell’Ufficio regionale per l’Europa presso Amnesty International. Lo scorso marzo, ha inoltre partecipato, in rappresentanza di Obct, a una missione del “Media Freedom Rapid Response” (Mfrr) in Serbia per indagare sullo stato della libertà dei media.

Le ipotesi sulle ragioni dell’allontamento forzato

Quali le possibili ragioni dietro l’espulsione di Moratti? Secondo quanto scritto da Obct, vi sarebbero «fondati motivi per ritenere che il provvedimento di allontanamento sia legato ai diversi ruoli ricoperti da Moratti come difensore dei diritti umani e della libertà dei media, ai suoi reportage per Obct sulle tensioni sociali e politiche in crescita in Serbia negli ultimi anni o al suo lavoro all’interno del consorzio Mfrr».

L’espulsione di Moratti è stata stigmatizzata venerdì 18 anche dalle maggiori associazioni dei giornalisti in Serbia, Uns e Nuns. Sul tema è intervenuta la segretaria della commissione Politiche Ue del Senato, Tatjana Rojc (Pd), che ha definito «inquietante» il comportamento delle autorità serbe nei confronti di una «figura di osservatore imparziale e di difensore dei diritti civili che viene allontanato, peraltro - ha osservato la senatrice - senza che sia stata resa pubblica una concreta giustificazione alla base del provvedimento».

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