«La scorta per Vučić armata e non prevista»: è scontro Bosnia-Serbia

La miccia la tappa del presidente serbo nell’area di Bugojno. I bodyguard su quad e altri veicoli non inseriti nella lista della delegazione presidenziale

Stefano Giantin
Forze speciali serbo bosniache (foto Republika Srpska)
Forze speciali serbo bosniache (foto Republika Srpska)

Un importante leader politico straniero va in viaggio in un Paese vicino, con cui i rapporti sono da sempre delicati. Ma il viaggio, di per sé già teso dal punto di vista politico e della sicurezza, si trasforma in un caso. Perché l’ospite sarebbe stato protetto da misteriose forze di sicurezza, armate, ma in abiti civili. E non autorizzate dalle autorità del Paese ospitante. Caso che riguarda il recente viaggio del presidente serbo Aleksandar Vučić in Bosnia-Erzegovina.

La miccia, la tappa della visita di Vučić nell’area di Bugojno, la cittadina di cui è originaria la famiglia Vučić, oggi parte della Federazione bosgnacco-croata che, con la Republika Srpska, forma la Bosnia-Erzegovina.

Tappa che si è rivelata subito problematica, dopo che residenti e media autorevoli come il portale bosniaco Klix hanno segnalato la presenza al seguito di Vučić di un gruppo di uomini, pare in armi, che circolavano su quad e altri veicoli. Miraggio? Non secondo Klix, che ha aggiunto che le forze speciali del Cantone della Bosnia centrale, di cui Bugojno fa parte, sono state attivate per accertare la fondatezza delle denunce. Forze cantonali che hanno effettivamente verificato la presenza di misteriosi body guard, non inseriti nella lista della delegazione presidenziale. Scoperti, sarebbero fuggiti sui quad verso i boschi.

Le anticipazioni della stampa bosniaca sono state confermate da fonte autorevole, il ministro bosniaco della Difesa, Zukan Helez, che si è congratulato con «le forze speciali» del Cantone per aver «dimostrato che nessuno ha il diritto di portare» in Bosnia «gruppi armati e di violare le regole». Di chi la responsabilità? Di Vučić, il duro attacco del ministro. Vučić che «non è nuovo a questi episodi, le sue visite nella regione sono accompagnate da tensioni politiche» e tentativi di «violare» regole e procedure.

«Anche questa volta Vučić non ha dato l’impressione di rispettare le istituzioni del Paese ospitante, ma questa volta ha ricevuto una risposta mirata. In Bosnia ed Erzegovina nessuno ha il diritto di eludere le procedure di sicurezza o di aspettarsi un trattamento speciale», ha concluso Helez. Aggiungendo poi, maliziosamente, che questa volta Vučić ha dovuto comprendere che «il fiume Drina», frontiera tra Serbia e Bosnia, «è veramente un confine».

Parole, quelle di Helez, a cui Vučić ha replicato con durezza. «Quelli sui quad erano membri della polizia serbo-bosniaca», dunque non serbi e in generale «tutto quanto detto da Helez è una balla», ha sostenuto il leader serbo, riconoscendo però implicitamente che forze serbo-bosniache potrebbero aver violato le regole, entrando nella Federazione. Il ministro «non ha accettato il fatto che sia andato a Bugojno, la mia città, senza chiedere un permesso», ha poi aggiunto. «Perché non mi arresti, bugiardo?», ha rincarato Vučić. Helez ha a sua volta risposto, specificando che, se avesse avuto «un mandato», lo avrebbe fatto senza timori reverenziali. E si è infine scagliato contro Vučić per le presunte sue «politiche di Grande Serbia», che starebbero isolando sempre più Belgrado, nei Balcani e in Europa.

 

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