Dai droni del Kosovo alla Croazia: la grande corsa agli armamenti nei Balcani

Budget in crescita in tutta la regione: esborsi in aumento anche per il mantenimento delle formazioni militari

Stefano Giantin
Truppe dell’esercito serbo in parata a Belgrado in una foto dall’archivio
Truppe dell’esercito serbo in parata a Belgrado in una foto dall’archivio

Le ultime conferme sono arrivate di recente da due capitali dai rapporti ossessivamente conflittuali e irrisolti: Belgrado e Pristina.

Pristina ha annunciato il lancio della prima produzione di droni “made in Kosovo”. E ha ricevuto un’altra fornitura militare dalla Turchia, i sistemi anticarro “Omtas” della Roketsan, gioielli del comparto difesa di Ankara, capaci di acquisire automaticamente il bersaglio e di operare in tutte le condizioni atmosferiche. Belgrado invece continua ad affidarsi sempre più al suo vero grande alleato, non la Russia di Putin, ma la Cina. E da Pechino sono arrivati armamenti in Serbia – in testa droni e sistema di difesa anti-aerea – per quasi 280 milioni di euro, negli ultimi due anni.

I casi di Kosovo e Serbia sono solo la punta di un iceberg complesso e potenzialmente impattante sulle relazioni nei Balcani, oltre che sulle casse pubbliche dei rispettivi Paesi. Riguarda il significativo aumento delle spese militari nella regione, un vero boom tra acquisti di armamenti e maggiori fondi destinati alle forze armate. È quanto emerge spulciando documenti ufficiali, budget degli Stati dell’area, rapporti Nato e soprattutto i database dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che da decenni studia le spese per la difesa a livello globale, anche con un database ad hoc che permette di fare confronti anno su anno. E questi confronti, nei Balcani, rivelano una tendenza evidente nell’ultimo decennio: sempre più massicci investimenti nella difesa.

L’Albania, membro Nato ma non ancora Ue, ad esempio, dal 2014 al 2024 è passata dallo spendere solo 178 milioni di dollari l’anno a oltre 535. La Bulgaria ha registrato una crescita da 750 milioni a oltre 2,3 miliardi, mentre la Romania ha rafforzato il suo impegno addirittura da 2,6 a 8,7 miliardi. A Zagabria le spese per le forze armate sono schizzate nel 2024 da un miliardo a 1,7. Esborsi praticamente raddoppiati anche in Slovenia, da 486 milioni del 2014 a quasi un miliardo del 2024, ultimo anno preso in considerazione dal Sipri. Sono triplicate le spese del Montenegro, dai soli 67 milioni di poco più di dieci anni fa a 150, un trend simile a quello del Kosovo – ancora ufficialmente privo di forze armate vere e proprie, ma Pristina ci sta lavorando, con gran scorno di Belgrado – raggiungendo nel 2024 quota 150 milioni. A colpire sono anche i dati relativi alla Serbia, che nel 2014 spendeva “solo” 920 milioni circa per le forze armate, una cifra lievitata fino a 2,3 miliardi di dollari un decennio dopo. Solo la Bosnia va in relativa controtendenza, con le spese militari praticamente stabili, intorno ai 200 milioni all’anno.

Il trend sembra confermarsi anche nel 2025 e nell’anno appena iniziato. Sulla base di dati nazionali e stime Nato, i Balcani continueranno a spendere tanto in armi e soldati. In Albania dai 570 milioni del 2025 si passerà a 620, in Bulgaria da 2,3 miliardi a 3,1, in Croazia si salirà a circa 2 miliardi, in Romania ben oltre i dieci, tre in Serbia, 1,5 in Slovenia, ma anche la Macedonia del Nord non è da meno e intende investire circa 358 milioni. Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha espresso preoccupazione, in particolare per Montenegro e Macedonia del Nord, che potrebbero aver problemi sul fronte del debito anche per l’esposizione nel campo della difesa. Inquietudini forse eccessive o forse no, visti i tempi cupi attuali. —

 

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