«Imec attira nuovi Paesi»: parla Talò su futuro dei porti, Mar Rosso e concorrenza globale
L’ambasciatore inviato speciale dell’Italia per il Corridoio tra India e Ue, fa il punto sul progetto, dopo la partecipazione al Forum strategico di Bled. Tra i Paesi che vogliono essere coinvolti ci sono pure Grecia, Cipro e Giordania

«Slovenia e Croazia, ma anche Grecia, Cipro e Giordania sono interessati a essere coinvolti nell’Imec, che continua ad attrarre, perché ci sono dei validi motivi economici: la partita dell’interconnettività sta acquistando sempre più valore». L’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale dell’Italia per l’India-Middle East-Europe economic corridor (Imec), ha appena concluso il suo intervento al Forum strategico di Bled (Bsf), il principale evento in materia di politica estera in Slovenia, dove, spiega, ha avuto modo di raccogliere l’interesse dei vicini prossimi del Friuli Venezia Giulia. Prima di rientrare a Roma, mercoledì 2 settembre sarà a Trieste, dove incontrerà nuovamente il presidente dell’Autorità di sistema portuale Marco Consalvo e vedrà l’Ogs, e Monfalcone, per una visita del porto.
A marzo, in occasione del trentennale dell’Ince, l’Iniziativa centro europea, il ministro degli Esteri Tajani ha voluto coordinare il forum abbinato e dedicato proprio all’Imec. Forse si sperava al tempo in una conclusione rapida del nuovo conflitto in Medio Oriente, dove transita il segmento centrale del corridoio. Quanto è stato condizionato lo sviluppo di Imec? A che punto siamo?
«Ho appena concluso la partecipazione al Forum strategico di Bled, dove ho raccolto un grande interesse anche al di fuori dei Paesi che hanno sottoscritto l’iniziativa. Slovenia e Croazia, dopo Grecia, dove mi sono recato quest’estate, Cipro e Giordania, sono interessate a essere coinvolte perché il progetto ha elementi economici di forza. Poi è vero che per tradursi in pratica servono le condizioni politiche adeguate e prima abbiamo avuto la crisi di Gaza, poi la chiusura dello stretto di Hormuz e le rinnovate criticità in Mar Rosso. Ma proprio questo dovrebbe portarci a interpretare il progetto come una rete di corridoi, di più tracciati in grado di superare le difficoltà che possono sorgere in uno dei corridoi. Imec del resto è nato proprio per garantire più indipendenza ai Paesi che vi partecipano in un mondo sempre più interdipendente».
Lei appunto ha spesso sottolineato l’importanza di evolvere verso una visione a “rete” di connettività. In questo contesto che ruolo può avere Trieste?
«La rete è importante proprio per non essere dipendenti da un singolo tracciato. Al Forum di Bled è emerso quanto l’Europa centrale, priva di sbocchi sul mare, come l’Ungheria, che non a caso sta investendo molto nel porto di Trieste, guardi all’Adriatico, che è sempre più l’area candidata a essere il terminale di Imec. Al di là di come il progetto si svilupperà l’Adriatico è in ogni caso un’area di grande interesse per la connettività. Al Forum mi sono trovato accanto la presidente del Cda di Luka Koper Nevenka Kržan, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture sloveno Jernej Vertovec, l’ambasciatrice croata Romana Vlahutin, con cui ho parlato dell’importanza della cooperazione tra i Paesi adriatici e del superamento delle visioni campanilistiche con una competizione tra piccoli porti se paragonati al gigantismo indopacifico. Dobbiamo impegnarci molto su questo fronte».
I porti di Trieste e Monfalcone possono quindi avere un ruolo se saranno capaci di collaborare con altri scali?
«Al netto delle azioni avviate per rafforzare il sistema portuale italiano, una cooperazione tra gli scali dell’Alto Adriatico, penso anche a Venezia e Ravenna, permetterebbe di fare massa critica anche nei confronti di Bruxelles perché comprenda che l’Adriatico può essere la strada ideale di connessione con l’indopacifico sempre più motore dell’economia mondiale. La crisi climatica è un fatto innegabile e sta aprendo le rotte artiche, anche se non nell’immediato. Nel frattempo dobbiamo rafforzarci per reggere una concorrenza che sta crescendo e sarebbe russo-cinese».
Insomma, bisogna accelerare, anche rispetto alla Nuova via della seta cinese, partita dieci anni prima e già dotata di infrastrutture ?
«È importante fare i compiti a casa a livello nazionale ed europeo: non bisogna aspettare la formale concretizzazione dell’Imec per rafforzare i nostri porti e le connessioni dei corridoi transeuropei dei trasporti, Ten-T. Rispetto alla Nuova via della seta, Imec è un progetto policentrico, una guida diffusa, una dimensione non globale. Un’iniziativa non esclude l’altra, come non va letto in modo negativo il progetto tra Arabia e Turchia. La cooperazione con l’India e i Paesi del Medio Oriente continua e Imec con i risultati economici potrebbe produrne a livello di pacificazione dell’area. In ogni caso a monte resta fondamentale la libertà di navigazione: se si blocca il Mar Rosso il Mediterraneo rischia un declino molto grave. Questo è il tema di Hormuz, non il prezzo della benzina».
Imec si profila del resto importante non solo per il sistema portuale del Friuli Venezia Giulia.
«Parliamo molto di intermodalità: non c’è mare senza entroterra e passaggio delle Alpi. Parliamo quindi del coinvolgimento di un sistema più ampio, quello degli interporti, e delle connessioni digitali: il progetto Blue Raman di collegamento tra India ed Europa è a buon punto, con una nuova linea di connettività digitale nell’Adriatico, GreenMed. Il Fvg sta poi sviluppando progetti legati all’idrogeno che possono essere interessanti per Imec che ha al suo interno una componente energia. Tutto il territorio regionale deve partecipare allo sviluppo del corridoio e beneficiare delle sue ricadute economiche».
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