L’allargamento dell’Europa con il freno tirato

Il rapporto della Commissione atteso oggi conferma la cautela di Bruxelles: Montenegro e Albania le uniche tappe ravvicinate, dossier Ucraina in secondo piano

Marco ZatterinMarco Zatterin

Diranno che tutto va bene, ma le cose stanno altrimenti. Oltre le parole, il progetto di allargamento che dovrebbe portare l’Unione europea a 34 membri in un decennio sta frenando. Le certifica il rapporto della Commissione sullo stato dei negoziati di adesione atteso oggi che si annuncia come un prudente esercizio di ottimistica diplomazia costruito sulla paura di accogliere troppi elefanti nella cristalleria a dodici stelle.

«Con la Francia che vota l’anno prossimo e i sondaggi che contano il 54% dei cittadini contrari ai nuovi soci per Bruxelles, chi si prende la responsabilità di mantenere subito le promesse?», è la domanda retorica di una fonte comunitaria altolocata.

Aggiungiamoci la Germania col 53% di “no” e il pesante 43% dell’Italia. Mentre i nazionalisti avanzano rapidi quanto i prezzi, nelle capitali si trova a fatica qualcuno disposto a dire “avanti subito con Serbia e Macedonia del Nord”. O, peggio ancora, con l’aggredita Ucraina, dossier scomparso dagli ordini del giorno. La stagione non consiglia di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e non succederà.

Ursula von der Leyen ripete che l’allargamento “è un imperativo geopolitico” e “il miglior investimento per il futuro”. I ventisette governi, però, nicchiano. Ragionevolmente si può immaginare che il Montenegro ce la faccia nel 2028 e l’Albania scollini l’anno successivo. Gli altri – Moldavia e Ucraina comprese – dovrebbero seguire in un tempo che solo sulla carta sembra vicino.

La presidente della Commissione lavora a un piano paracadute. L’idea iniziale di favorire l’accesso con diritti reversibili e limitati risulta caduta. Stamane si attende il passaggio a una “graduale integrazione” che consenta di partecipare a talune politiche comunitarie senza essere parte del club a pieno titolo. È un modo per limitare la reazione di chi si oppone e intanto cercare di dimostrare i benefici della famiglia ampliata.

Bruxelles suggerisce anche una fase transitoria per la politica agricola e la coesione, consapevole che chi arriva è a reddito più basso e potrebbe assorbire contributi oggi destinati ad altri Paesi. È una scelta obbligata quando il dibattito interno all’Ue sul bilancio 2028-34 è infiammato dalla disputa fra chi lo vuole alleggerire e chi combatte per dare ulteriori fondi all’economia verde e alle regioni (Francia e Italia in testa).

Lo scotto pagato per i paletti sovranisti puntati dall’Ungheria di Viktor Orbán ha lasciato un evidente strascico. La Commissione pensa perciò di chiedere ai Ventisette – che discuteranno il caso al Vertice del 15 ottobre - di introdurre limiti legali ai poteri degli ultimi entrati, come l’accettazione per un numero di anni dell’impossibilità di ricorrere al diritto di veto e dell’eventualità di essere retrocessi per ripetute violazioni dello stato di diritto.

L’ipotesi che la nuova Grande Ue riveda i Trattati è considerata fumo negli occhi e la bozza del rapporto della Commissione assicura che ce la si può fare con le regole esistenti pure se si è di più. Probabilmente non è vero. Ma districarsi in un contesto giuridico a rischio-obsolescenza pare meglio che aizzare gli elettori euroscettici. Il paradiso presunto dei Balcani dovrà pertanto attendere almeno un altro poco. Che sia un buon affare è tutto da dimostrare.

Riproduzione riservata © il Nord Est