Le vere radici del potere mafioso

La Cassazione conferma la presenza della camorra dei Casalesi a Eraclea. Ma oltre alle condanne resta il nodo dei rapporti tra criminalità organizzata, politica e imprenditoria che hanno favorito il radicamento mafioso nel Veneto orientale

Gianni Belloni
Il maxi processo ai Casalesi di Eraclea
Il maxi processo ai Casalesi di Eraclea

La Cassazione ha stabilito che a Eraclea era mafia. La domanda, ora, non è più solo che cosa abbia fatto e cosa abbia rappresentato il gruppo di Donadio, ma perché sia riuscito a diventare parte di un territorio. Le mafie non arrivano da sole: hanno bisogno di un ambiente nel quale possano prosperare e di interlocutori con cui intrecciare interessi. La sentenza mette un punto fermo a una storia giudiziaria iniziata molti anni fa, è accertato che a Eraclea e nel Veneto orientale ha operato per lungo tempo un’organizzazione riconducibile alla camorra dei Casalesi.

Non solo un gruppo dedito a usura, estorsioni, minacce, armi, droga e riciclaggio, ma un’organizzazione capace di proiettarsi sull’economia legale, cantieri, appalti e decisioni amministrative. Il gruppo di Donadio non era un corpo estraneo precipitato sul litorale veneziano. La sua forza dipendeva anche dalla capacità di muoversi tra imprenditoria, politica, professioni e istituzioni. La condanna definitiva dell’ex sindaco Graziano Teso per concorso esterno in associazione mafiosa rappresenta uno dei passaggi più evidenti di questa contiguità con il mondo della politica.

Ma condannare i “cattivi” – e quindi farli sparire dal consesso civile – non basta quando questi sono solo una parte di un sistema più ampio. Lo studioso Federico Esposito ha scritto che la camorra non è interpretabile come un’organizzazione “altra” rispetto alla società, ma va individuata “nel contesto di riferimento come fenomeno di classi dirigenti”, perché legata alle forme del potere e ai processi di trasformazione economica.

I camorristi del litorale veneto hanno partecipato a un gioco più grande. Senza i rapporti con i “colletti bianchi” del territorio, la storia dei Casalesi di Eraclea sarebbe stata forse quella di un gruppo criminale impegnato nella gestione della prostituzione sul litorale e nello spaccio di droga. La sua trasformazione in una presenza mafiosa capace di incidere sull’economia e sulla politica passa invece proprio da quei rapporti.

Gli anni Novanta e Duemila – quando la camorra de litorale veneto nasce, cresce e prospera – sono quelli in cui vengono attuati gli interventi previsti dai piani regolatori precedenti, ma anche quelli delle continue deroghe e variazioni che incidono sulle cubature e sulle destinazioni d’uso, moltiplicando il valore dei terreni e rendendoli “monete di scambio” nelle logiche politico-economiche e affaristiche. Quel circo ha levato forse le tende? È dentro questo intreccio di interessi che va letto il radicamento di Donadio.

«Cause ed effetti si rigenerano continuamente in un circuito di reciproco rafforzamento», scrive Umberto Santino: la mafia è insieme prodotto di una società e riproduttrice di essa. La sentenza mette un punto definitivo alla vicenda giudiziaria. Ma non c’è motivo di pensare che, insieme a Donadio e alla sua organizzazione, siano scomparse automaticamente le condizioni che ne hanno favorito l’ascesa.

Un’organizzazione criminale può essere colpita, i suoi uomini condannati e il suo patrimonio sequestrato. Quello che resta fuori dal processo è la capacità di un territorio di produrre nuove opportunità per chi vuole occupare quello spazio. Per questo il contrasto alle mafie non può esaurirsi nelle aule giudiziarie. Quelle accertano responsabilità e colpiscono le organizzazioni criminali. Il resto si gioca nella politica, nelle amministrazioni, nell’economia e nei luoghi nei quali si formano interessi e consenso.

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