Le vere radici del potere mafioso
La Cassazione conferma la presenza della camorra dei Casalesi a Eraclea. Ma oltre alle condanne resta il nodo dei rapporti tra criminalità organizzata, politica e imprenditoria che hanno favorito il radicamento mafioso nel Veneto orientale

La Cassazione ha stabilito che a Eraclea era mafia. La domanda, ora, non è più solo che cosa abbia fatto e cosa abbia rappresentato il gruppo di Donadio, ma perché sia riuscito a diventare parte di un territorio. Le mafie non arrivano da sole: hanno bisogno di un ambiente nel quale possano prosperare e di interlocutori con cui intrecciare interessi. La sentenza mette un punto fermo a una storia giudiziaria iniziata molti anni fa, è accertato che a Eraclea e nel Veneto orientale ha operato per lungo tempo un’organizzazione riconducibile alla camorra dei Casalesi.
Non solo un gruppo dedito a usura, estorsioni, minacce, armi, droga e riciclaggio, ma un’organizzazione capace di proiettarsi sull’economia legale, cantieri, appalti e decisioni amministrative. Il gruppo di Donadio non era un corpo estraneo precipitato sul litorale veneziano. La sua forza dipendeva anche dalla capacità di muoversi tra imprenditoria, politica, professioni e istituzioni. La condanna definitiva dell’ex sindaco Graziano Teso per concorso esterno in associazione mafiosa rappresenta uno dei passaggi più evidenti di questa contiguità con il mondo della politica.
Ma condannare i “cattivi” – e quindi farli sparire dal consesso civile – non basta quando questi sono solo una parte di un sistema più ampio. Lo studioso Federico Esposito ha scritto che la camorra non è interpretabile come un’organizzazione “altra” rispetto alla società, ma va individuata “nel contesto di riferimento come fenomeno di classi dirigenti”, perché legata alle forme del potere e ai processi di trasformazione economica.
I camorristi del litorale veneto hanno partecipato a un gioco più grande. Senza i rapporti con i “colletti bianchi” del territorio, la storia dei Casalesi di Eraclea sarebbe stata forse quella di un gruppo criminale impegnato nella gestione della prostituzione sul litorale e nello spaccio di droga. La sua trasformazione in una presenza mafiosa capace di incidere sull’economia e sulla politica passa invece proprio da quei rapporti.
Gli anni Novanta e Duemila – quando la camorra de litorale veneto nasce, cresce e prospera – sono quelli in cui vengono attuati gli interventi previsti dai piani regolatori precedenti, ma anche quelli delle continue deroghe e variazioni che incidono sulle cubature e sulle destinazioni d’uso, moltiplicando il valore dei terreni e rendendoli “monete di scambio” nelle logiche politico-economiche e affaristiche. Quel circo ha levato forse le tende? È dentro questo intreccio di interessi che va letto il radicamento di Donadio.
«Cause ed effetti si rigenerano continuamente in un circuito di reciproco rafforzamento», scrive Umberto Santino: la mafia è insieme prodotto di una società e riproduttrice di essa. La sentenza mette un punto definitivo alla vicenda giudiziaria. Ma non c’è motivo di pensare che, insieme a Donadio e alla sua organizzazione, siano scomparse automaticamente le condizioni che ne hanno favorito l’ascesa.
Un’organizzazione criminale può essere colpita, i suoi uomini condannati e il suo patrimonio sequestrato. Quello che resta fuori dal processo è la capacità di un territorio di produrre nuove opportunità per chi vuole occupare quello spazio. Per questo il contrasto alle mafie non può esaurirsi nelle aule giudiziarie. Quelle accertano responsabilità e colpiscono le organizzazioni criminali. Il resto si gioca nella politica, nelle amministrazioni, nell’economia e nei luoghi nei quali si formano interessi e consenso.
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