Il piano di Meloni: Vannacci “sgonfio” al voto in maggio
Il punto ora è capire dove si fermerà il pendolo della data del voto: molti si chiedono come farà il governo a surfare lo scontento popolare senza risorse da spendere, essendo

È bastato un “bùuh!” per mettere tutti in riga di fronte alla legge, non solo quella elettorale, che i peones votano senza averne voglia, ma quella di Giorgia Meloni. La minaccia di portare tutti al voto a febbraio, facendo perdere la pensione agli eletti di prima nomina, cioè a mezzo parlamento, ha paralizzato i franchi tiratori che l’altra volta avevano bocciato le preferenze: quindi maggioranza granitica a Montecitorio, il nuovo modo di votare i parlamentari passa liscio e tutti contenti nella (flebile) speranza di campare ancora un anno con tredicimila euro al mese.
Da giovedì dunque la premier è più forte, ha incassato un “risultato storico” (Donzelli dixit) o “un premierato camuffato” (by Elly Schlein), ma ora comincia il tornante scivoloso: cavalcare la crisi dei conti senza cadere di sella; togliere acqua dal pozzo di Roberto Vannacci, capace di negarle il secondo giro di giostra a Palazzo Chigi; non entrare in collisione con Sergio Mattarella sulla data delle elezioni.
Il tutto con la spada sulla testa di un giudizio della Consulta (previsto in febbraio) sui profili di dubbia costituzionalità del nuovo sistema di voto. Però con l'indicazione obbligatoria del candidato premier Giorgia ha messo all'angolo il centrosinistra, costringendo Conte e Schlein a scontrarsi in primarie dilanianti per il “campo largo”.
Quanto a Vannacci e Mattarella, la leader Fdi ha già in tasca le risposte: niente alleanza con il generale, tenuto (per ora) a distanza sperando di sbaragliarlo con il richiamo al “voto utile”. E appeasement con il Quirinale, che se la roulette elettorale si fermasse sul pareggio, avrebbe lo scettro per formare un governo... in tempi di guerra che spingono sempre all’unità nazionale.
Il punto ora è capire dove si fermerà il pendolo della data del voto: molti si chiedono come farà il governo a surfare lo scontento popolare senza risorse da spendere, essendo quasi finito il cesto di regali del Pnrr, mentre lievita al contrario di quello dei costi dell’energia di giorno in giorno, che svuota i bilanci delle famiglie.
Ecco perché se le casse dello Stato piangono, forte è la spinta verso le urne prima della scadenza di ottobre 2027. E se i sondaggi oggi mostrano che senza Futuro Nazionale il centrodestra perderebbe le elezioni, il trend in ascesa ha subìto una frenata da giorni, tanto da convincere un fine osservatore come Dario Franceschini che al centrodestra potrebbe convenire votare tra un anno per far sgonfiare il suo fenomeno.
Viceversa, Giorgia dovrà misurarsi col capo dello Stato, perché se vuole correre alle urne in primavera, dovrà vedersela con il più strenuo difensore di un classico election day accorpato alle comunali, che la premier vorrebbe evitare.
Le facce distese dei peones appena usciti dall’aula e le battute sullo scampato pericolo di elezioni immediate non devono pertanto trarre in inganno: Meloni ieri ha centrato il target più alto della legislatura e dopo aver sbrigato la pratica della legge di bilancio entro dicembre, avrebbe buoni motivi per tentare subito il colpaccio di farsi regalare dagli italiani un altro quinquennio al potere: mandando tutti al voto probabilmente a maggio come anticipato al Foglio dal consigliere più fidato, Giovambattista Fazzolari. Mattarella permettendo.
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