Kiwi, il Friuli prova la riscossa: nuove varietà e impianti hi-tech per sfidare la Nuova Zelanda

Il consorzio Frutta Friuli rilancia la produzione dopo anni di declino. Paoli: «Investiti 130mila euro a ettaro per proteggere le piante. Stagione eccellente, ma temiamo i blocchi nel Mar Rosso».

Susanna Salvador
Un impianto di kiwi, la coltivazione e' diffusa nella Marca, era iniziata 25 anni fa quando la pianta fu importata dalla Nuova Zelanda
Un impianto di kiwi, la coltivazione e' diffusa nella Marca, era iniziata 25 anni fa quando la pianta fu importata dalla Nuova Zelanda

Che fine hanno fatto i kiwi che fino a poco tempo fa riempivano i campi del Friuli? I coltivatori scoprirono il kiwi tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 e, cosa più importante, si accorsero che quel frutto poteva contare su condizioni ottimali nei campi friulani: clima, acqua e terreno erano perfetti. Così furono tanti gli agricoltori che in quegli anni investirono sulla produzione di kiwi che cominciò ad apparire sulle tavole sempre più spesso e a prezzi accessibili a tutti. Accanto a mele, pere e uva cominciò a far parte del paniere friulano.

Ma da qualche tempo la scia è cambiata: il frutto ricco di vitamina C è diventato prezioso e il made in Friuli è quasi completamente scomparso. Ora a disposizione degli acquirenti ci sono solo i kiwi che provengono dalla Nuova Zelanda. Tra qualche mese, però, la situazione potrebbe evolversi in maniera positiva, grazie al progetto del consorzio Frutta Friuli, già concretizzatosi, come racconta il direttore Armando Paoli.

Le 150 realtà che ne fanno parte, divise tra le due province, producono principalmente mele (l’85% del totale, pari a 250 mila quintali di mele), mentre il restante (35 mila quintali) sono kiwi.

«Il consorzio che ha sede a Spilimbergo ha inglobato FriulKiwi di Rauscedo, dando vita a una coltivazione differenziata», spiega Paoli. «A causa del mancato coordinamento e dell’assenza di piani di lavoro, la produzione di kiwi è andata via via scomparendo. Le piante malate, vecchie e l’assenza di investimenti hanno portato a una situazione sempre più problematica».

Questo scenario così poco rassicurante ha fatto sì che i soci, con la Regione e le banche, mettessero in piedi un progetto di rilancio della specie. «Abbiamo investito su nuove actinidia, cambiando anche le tipologie: dopo il verde, il kiwi giallo e rosso», prosegue il direttore di Frutta Friuli. «Abbiamo costruito gli impianti in modo che le piantagioni siano protette dalle cimici, che non ci sia il ristagno d’acqua e che per i batteri che si diffondevano rapidamente sia più difficile attaccare le piante». Tutte condizioni che nel tempo hanno portato alla sparizione delle coltivazioni del frutto in Friuli. «I costi sono elevati, basti pensare che per mettere in sicurezza un ettaro, sono necessari 130 mila euro». Cifre importanti che per i soci rappresentavano un limite spesso invalicabile, superato grazie al coinvolgimento della Regione e delle banche.

Per quanto riguarda invece l’andamento della stagione, Paoli sottolinea che «dal punto di vista produttivo è una delle migliori grazie al clima e alla piovosità adeguata». Ma il timore più grande è legato alla situazione mondiale, al conflitto che da mesi ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz. Perché l’export è quello che pesa di più sui bilanci anche di Frutta Friuli.

«Noi esportiamo l’80% delle mele nei mercati del Medio Oriente, quindi se non si potrà circolare nemmeno da metà agosto...». Diversa la geografia per i kiwi, i cui maggiori acquirenti sono in America, del Nord e del Sud. La guerra che sembra così lontana è dunque ben più vicina di quanto si pensi.

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