Cosa succederà alle banche con l’intelligenza artificiale? Meglio prepararsi per tempo

Vantaggi straordinari ma rischi inediti, i Paesi europei non hanno mezzi adeguati per affrontare i cambiamenti che si prospettano, a partire dall’equa concentrazione dei redditi

Marco Panara

Se già non succede presto succederà che le banche affidino la valutazione del credito e la concessione dei prestiti all’intelligenza artificiale. Già succede che società di investimento affidino le decisioni di acquisto e di vendita agli algoritmi. Tutto ciò migliorerà certamente l’efficienza, ma siamo sicuri che i risultati saranno ottimali? Che non ci siano distorsioni nella decisione, per esempio, di non concedere un prestito? Possiamo escludere che a un certo punto i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dai grandi investitori, elaborando gigantesche quantità di dati sostanzialmente omogenei, finiscano per dare contemporaneamente gli stessi ordini di vendita determinando una crisi dei mercati? Ci sono vantaggi straordinari nell’utilizzo dell’intelligenza ma ci sono anche rischi inediti alla gestione dei quali ci si deve preparare per tempo.

Il saggio

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia dal 2011 al 2023 e ora governatore onorario, ha affrontato in un saggio le implicazioni di politica economica dell’intelligenza artificiale. Che sono, come tutto quello che questa tecnologia tocca, enormi e pervasive, e con le quali dobbiamo cominciare a fare i conti da subito, prima ancora di poter misurare o ragionevolmente prevedere gli effetti che queste implicazioni avranno. L’impatto riguarda il credito, settore nel quale le autorità di vigilanza sono abbastanza attrezzate e sono già al lavoro, la finanza, dove i rischi sistemici vanno attentamente monitorati, ma ancora più il mercato del lavoro, la distribuzione della ricchezza, le basi imponibili, il commercio internazionale, i prezzi e l’inflazione, praticamente tutto, compresa la trasmissione delle politiche monetaria e fiscali ai sistemi economici.

Inadeguati

La strumentazione di politica economica di cui i governi dispongono rischia di non essere adeguata ai cambiamenti che si prospettano e gli economisti avranno un gran daffare per elaborare teorie e aggiornare la cassetta degli attrezzi. A oggi, a metà di questo turbolento 2026, non c’è ancora un quadro previsionale condiviso sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulla crescita, al momento è notevole su quella americana per gli investimenti, più difficile stimare quello sulle applicazioni. Quello che accadrà in Europa è ancora tutto da scoprire. Una cosa però è possibile prevedere e un’altra la sappiamo già. Tecnologia e globalizzazione hanno già avuto un effetto sulla distribuzione della ricchezza tra lavoro e capitale, con il primo che già da qualche decennio riduce costantemente la sua parte e il secondo che invece la aumenta. Questo fenomeno, che coincide con la concentrazione della ricchezza, sarà accentuato dall’intelligenza artificiale che favorirà i redditi dei lavoratori più formati, comprimerà quelli medi e probabilmente anche quelli più bassi perché nei settori dove il lavoro non potrà essere sostituito dalla tecnologia aumenterà la concorrenza dei lavoratori espulsi dai settori medi, impoverendo e restringendo il perimetro di quel ceto medio che è il grande stabilizzatore delle democrazie. Gli effetti politici di tutto ciò già si vedono e le implicazioni economiche sono molto rilevanti.

Equità

C’è un problema etico di equità ma c’è anche un problema intrinseco al modello di sviluppo: perché si realizzi la promessa di benessere che la nuova tecnologia porta con sé, è necessario che i cittadini abbiano un reddito mediamente adeguato che consenta loro di acquistare prodotti e servizi sempre più efficientemente messi a disposizione dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Viene in mente la filosofia di Henry Ford, il quale sosteneva che il suo Modello T dovesse costare abbastanza poco e i suoi dipendenti guadagnare abbastanza da poterlo acquistare. L’AI determinerà un aumento della produttività, ma come sarà distribuito? Se andrà tutto o in larga prevalenza al capitale la domanda aggregata si restringerà perché i redditi da lavoro non cresceranno o si ridurranno, e quando le risorse si concentrano la propensione alla spesa si riduce. Per dirla in termini semplici, se una persona guadagna duemila euro al mese li spenderà tutti o in larghissima parte, chi guadagna 100 mila euro al mese, esauriti i suoi bisogni e sfogati i suoi eccessi ne risparmierà invece la maggior parte e la investirà in strumenti finanziari che sempre meno ricadono nell’economia reale. E che, come sappiamo, sono assai meno catturabili dal fisco.

Collaterale

L’effetto collaterale di tutto ciò è che riducendosi la quota di ricchezza che va al lavoro si riduce anche la base imponibile, e quindi la possibilità degli Stati di sostenere il welfare e redistribuire più equamente la ricchezza prodotta. Le politiche economiche dovranno, anzi devono, tenere conto di questa prospettiva, predisponendo strumenti nuovi, che vanno dal salario minimo alla diffusione del capitale azionario tra più ampi strati della popolazione che così per quella via recuperino parte del trasferimento di ricchezza verso il capitale, investire nella formazione e in politiche attive del lavoro, usare con sapienza la leva fiscale per favorire l’innovazione e al contempo scoraggiare una sua finalizzazione principale alla sostituzione del lavoro, promuovere strumenti di condivisione degli aumenti di produttività. E, ovviamente, e qui non si tratta di politica economica in senso stretto, regolare lo sviluppo dell’AI in maniera etica, coerente con il progresso della collettività e in maniera che i processi siano trasparenti e suoi esiti siano controllabili.

Concentrazione

La cosa che sappiamo già è che nell’AI c’è una fortissima concentrazione in pochissime aziende americane e cinesi, e che l’accesso a questo settore ha soglie altissime di capitali e competenze richiesti. È un oligopolio che ha risvolti non solo economici ma di potere rilevantissimi e che richiede un’azione, forse già tardiva, ma indispensabile per contenerne i rischi. L’altra cosa che sappiamo è che da soli è impossibile contenere i rischi e cogliere le opportunità. Paesi delle dimensioni dell’Italia o della Germania non hanno la scala adeguata, ma la stessa Europa, che l’avrebbe per avere un ruolo in questo sistema, non basta. La transizione tecnologica nella quale siamo dentro ha effetti globali e ci vorrebbe una forte cooperazione internazionale per gestirli adeguatamente. Purtroppo questa esigenza è più forte che mai nel momento in cui le fratture si moltiplicano e le divisioni sono la regola. Tuttavia da qualcosa si potrebbe cominciare, là dove è più evidente che il rischio sistemico è condiviso, e cioè il sistema del credito e della finanza dove i vasi sono totalmente comunicanti che nessuna crisi è più solo locale.

Fantasia

Ricordate Fantasia, il capolavoro di Walt Disney? Sulle musiche dell’Apprendista Stregone di Paul Dukas il mago Topolino dà il tocco con la sua bacchetta ma poi la magia prende il sopravvento e Topolino non la controlla più. Con l’AI non deve succedere. L’impegno di tutti deve essere far sì che questo straordinario prodotto dell’intelletto umano sia sviluppato e applicato in modo trasparente e controllabile per migliorare la vita di tutti.

Riproduzione riservata © il Nord Est