Dragaggi a Porto Nogaro: serve programmazione, ne va della competitività

L’appello di Anna Mareschi Danieli, membro del board della multinazionale di Buttrio. Il pescaggio ridotto dello scalo e del canale di accesso limitano la portata delle navi

Maura Delle Case

Il problema è di quelli annosi e la richiesta di risolverlo in via stabile ripetuta. Più volte. A più voci. Fin qui senza risultato.

Porto Nogaro, il porto fluviale d’interesse regionale cui si accede dal mare Adriatico attraverso un canale translagunare, lungo circa 3 miglia, e il canale navigabile dell’Aussa Corno di circa 4, continua a pagare la mancanza di un sistema programmato di dragaggi che si traduce in un innalzamento del fondale e dunque di una riduzione del pescaggio.

Leggi: la profondità delle imbarcazioni che possono navigare, costrette a ridurre i carichi, aumentare i viaggi, nella peggiore delle ipotesi cambiare i porti, a tutto svantaggio delle tante imprese manifatturiere friulane che gravitano sullo scalo.

A rilanciare la richiesta di un intervento stabile stavolta è Anna Mareschi Danieli, membro del board dell’omonima multinazionale di Buttrio, già presidente di Confindutria Udine, veste nella quale aveva a più riprese sollevato il tema.

«Il porto di San Giorgio di Nogaro attende dal 2019 un regime di dragaggi stabile e programmato – ricorda Mareschi Danieli –. In questi anni si sono susseguiti interventi parziali e manutentivi, condizionati da complessità ambientali, amministrative e di coordinamento istituzionale. Ma i dragaggi non strutturati si traducono in un pescaggio instabile e in una serie di effetti a catena sull’economia regionale».

Come detto, navi sotto carico, aumento del numero dei viaggi, dei trasbordi, del ricorso alla gomma o a logistiche più lunghe, che aumentano in maniera esponenziale i rischi.

«Per settori a basso margine e alto volume, come siderurgia, metallurgia, chimica, agroindustria, questo significa anzitutto perdere competitività sul prezzo – denuncia Mareschi Danieli –, erodere i margini e avere minore capacità di investimento. Risultato: il Friuli Venezia Giulia diventa un territorio dove produrre costa di più a parità di qualità industriale».

A farne le spese, in particolare, «sono le filiere che tengono in piedi l’export regionale» evidenzia l’imprenditrice. Siderurgia e acciai speciali, meccanica e impiantistica pesante, chimica di base, agroindustria bulk, project cargo e grandi componenti. «Filiere – evidenzia Mareschi Danieli – che non possono “spostare” facilmente la logistica e che hanno bisogno di porti di prossimità».

Per essere realmente competitivo il fondale dovrebbe essere profondo oltre 9 metri, il che richiederebbe un dragaggio strutturale e un investimento di diverse decine di milioni di euro.

In questi anni il livello è oscillato da 5 a 7,5 metri.

Nel 2019 l’incaglio di una nave a porto Buso ha portato alla limitazione del pescaggio, la prima di una serie, inframezzata da singoli interventi di dragaggio, mai risolutivi e complicati dalla presenza, specie nel canale di accesso e nelle aree portuali dell’Aussa Corno, di sedimenti storicamente contaminati, legati a decenni di attività chimiche e industriali.

Il dragaggio qui rischia di rimettere in sospensione fanghi contaminati imponendo analisi ambientali, piani specifici per il trattamento o confinamento dei sedimenti e siti di conferimento autorizzati.

Ne deriva che gli iter autorizzativi risultano particolarmente complessi e investono oltre alla Regione Fvg, anche il Ministero dell’Ambiente e l’Autorità di Bacino tra Via, Vas, incidenza ambientale e compatibilità con i siti protetti. Per Mareschi Danieli porto Nogaro paga «la mancanza di un soggetto “forte” che si assuma la regia, com’è nei casi dei grandi porti di Trieste, Venezia e Ravenna». Una mancanza che tuttavia non può essere la scusante per non affrontare e risolvere la situazione di uno scalo così rilevante per l’economia Fvg. Mareschi Danieli rivendica quindi un programma finanziato e stabile: «Oggi ogni intervento è diventato straordinario, politicizzato e in eterna discussione, senza certezza su chi paga e quando. La conseguenza non è immediata, ma progressiva – conclude l’imprenditrice –: calano i traffici e di conseguenza i volumi, il lavoro portuale, quello nell’indotto e nel medio periodo rischiamo di vedere erosa anche l’occupazione industriale». —

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