Il Prosecco Doc punta alle Olimpiadi: occasione straordinaria di visibilità

Il presidente del Consorzio Giancarlo Guidolin fa un bilancio del 2025 e delinea i programmi per il 2026: vorremmo mantenere elevato il valore del prodotto, l’aumento degli ettari vitati non seguirà logiche di espansione indiscriminata. Nell’anno appena concluso prodotte 660 milioni di bottiglie

Maurizio Cescon

La vetrina delle Olimpiadi come un’occasione unica di visibilità mondiale. Il consolidamento del valore del Prosecco Doc, lo spumante più noto a livello internazionale.

L’aumento degli ettari di vigneti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, evitando però logiche di espansione indiscriminata. Il progetto di un Prosecco Low Alcol, con 8-9 gradi, per venire incontro alle richieste dei consumatori più giovani.

La ricerca di nuovi mercati per allargare l’orizzonte delle bollicine del Nord Est. C’è tanta carne al fuoco, nel 2026, per il Consorzio del Prosecco Doc.

Il presidente Giancarlo Guidolin traccia un bilancio dell’anno appena concluso e prova a delineare i contorni dell’anno che è iniziato.

Presidente Guidolin, il 2025 si è rivelato all’altezza delle aspettative?

«Il 2025 si chiude con una produzione che ha superato i 660 milioni di bottiglie, confermando il Prosecco Doc come lo spumante italiano più venduto al mondo. Le vendite si sono consolidate sopra i 600 milioni di bottiglie, segnale di una domanda strutturale e non episodica. Più che una corsa ai volumi, questo risultato è l’esito di una programmazione pluriennale che ha consentito di mantenere equilibrio tra offerta, mercato e valore. In questo contesto, i margini lungo la filiera restano complessivamente stabili».

Il presidente del Consorzio Prosecco Doc Giancarlo Guidolin
Il presidente del Consorzio Prosecco Doc Giancarlo Guidolin

Quanto hanno inciso i dazi Usa sulle vendite complessive nel mercato americano?

«Gli Stati Uniti restano il primo mercato di sbocco per il Prosecco Doc, con oltre il 23% dell’export. L’introduzione dei dazi ha generato una certa volatilità: nella prima fase si è registrata una corsa agli approvvigionamenti in vista di possibili restrizioni, seguita nella seconda parte dell’anno da una fase di rallentamento. Questo ha imposto un monitoraggio ancora più attento, ma al momento non ha compromesso la tenuta del mercato, che continua a esprimere volumi e valore rilevanti».

Il peggio è alle spalle o temete ancora scossoni imprevedibili in questo momento?

«Il contesto geopolitico e commerciale lasciava presagire scenari complessi. Tuttavia, la solidità del nostro posizionamento, unita a una strategia di diversificazione geografica, ha consentito di assorbire l’impatto meglio di quanto inizialmente temuto. Va però sottolineato che la risposta del mercato americano ai dazi non è ancora definitiva: le eventuali ripercussioni più strutturali potranno emergere solo nel medio-lungo periodo».

Quali mercati nel 2025 hanno risposto meglio e quali le nuove, possibili, destinazioni?

«Oltre agli Stati Uniti, hanno dato ottimi segnali Regno Unito e Germania, mercati maturi ma strutturali. Particolarmente brillante è stata la Francia, con crescite a doppia cifra, così come il Belgio. Dinamiche positive si registrano anche in Europa orientale e in mercati emergenti come Grecia e Messico».

Le remunerazioni delle uve per i produttori restano soddisfacenti?

«Sì. La gestione del potenziale viticolo e la stabilità delle vendite hanno consentito di mantenere una corretta remunerazione dei produttori, elemento centrale per la sostenibilità economica della denominazione».

A cosa sta lavorando il Consorzio per il 2026?

«Il 2026 sarà un anno strategico e il lavoro del Consorzio si muove su più livelli. Da un lato c’è il tema della sostenibilità: stiamo lavorando a un percorso concreto e misurabile verso la certificazione di comunità sostenibile, che coinvolge ambiente, persone e territorio nel suo insieme. Poi c’è Milano Cortina, un’occasione straordinaria di visibilità internazionale. Non la viviamo le Olimpiadi di casa nostra come un semplice evento promozionale, ma come una piattaforma per raccontare in modo autentico il legame tra il Prosecco Doc, il territorio e uno stile di vita che unisce qualità, convivialità e responsabilità. Infine, c’è un lavoro costante sulla coesione della filiera».

Il Prosecco con meno alcol è un’ipotesi concreta?

«Sì, ci lavoriamo da alcuni anni e siamo in fase avanzata. Il progetto di un Prosecco Low Alcol a 8–9 gradi, ottenuto attraverso la gestione della fermentazione e non tramite dealcolizzazione, mira a intercettare nuovi stili di consumo, senza snaturare l’identità del prodotto. Ma non faremo, invece, un Prosecco zero alcol».

È previsto un ulteriore allargamento della DOC, ormai vicina ai 30 mila ettari?

«È importante chiarire che non siamo di fronte a una logica di espansione indiscriminata. L’assegnazione dei nuovi ettari di Glera va letta come uno strumento di governo e di equilibrio del sistema, non come una spinta alla crescita dei volumi a tutti i costi. L’aumento del potenziale viticolo di ulteriori 3.050 ettari risponde a una richiesta del mercato che supera la produzione ottenibile dalla denominazione».

Cosa vi aspettate dall’anno appena cominciato per quanto riguarda mercati e vendite?

«L’anno si è aperto con aspettative prudentemente positive. L’obiettivo non è aumentare i volumi, ma consolidare il valore del nostro spumante, rafforzare i mercati chiave e continuare a crescere in quelli emergenti. In un contesto globale instabile, la priorità sarà mantenere la fiducia dei consumatori e della filiera, preservando il ruolo del Prosecco Doc come ambasciatore dello stile di vita italiano nel mondo». —

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