Delfin, la paralisi costa 130 milioni l’anno a Lmdv
La partita dentro Delfin riparte dall'addio di Leonardo Maria Del Vecchio a EssilorLuxottica. Con la cedola al 10 per cento Del Vecchio jr incassa 18 milioni anziché 150

La partita dentro Delfin riparte dall'addio di Leonardo Maria Del Vecchio a EssilorLuxottica. La decisione del rampollo può essere letta anche in questa prospettiva: liberarsi dal doppio ruolo di manager e azionista per concentrare attenzione e capacità negoziale sulla cassaforte lussemburghese di famiglia.
Per il trentunenne figlio del fondatore si tratta ora di provare a ricomporre il fronte familiare. Sul tavolo le questioni aperte restano le stesse, completare la sistemazione dell’eredità di Leonardo Del Vecchio e trovare una soluzione ai nodi rimasti aperti: il flusso dei dividendi dalla holding verso gli otto soci e il futuro assetto azionario. Tanto più che Luca e Paola Del Vecchio hanno manifestato l’intenzione di uscire da Delfin.
L’addio a EssiLux nasce, affermano fonti vicine a Leonardo Jr, anche dalla delusione maturata nei confronti di Francesco Milleri, presidente e amministratore delegato del gruppo e, contemporaneamente, presidente di Delfin, dal quale ad un certo punto, riferiscono le stesse fonti, non si è più sentito sostenuto.
Nella lettera di dimissioni, Del Vecchio Jr ha contestato una gestione diventata «distante» e «impersonale». Ma la scelta sembra anche riportare il rapporto tra famiglia e impresa al principio seguito dal padre: proprietà e gestione devono restare su piani distinti.
Leonardo Del Vecchio lo sintetizzava con una battuta: «Un manager posso licenziarlo, un familiare no». Non a caso aveva affidato a Milleri e agli altri consiglieri di Delfin (con un mandato a vita, che solo la decisione unanime della famiglia potrebbe spezzare) la guida del proprio impero industriale e finanziario.
Il riassetto azionario della holding, al momento, appare ancora lontano. Il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare il 25% complessivamente posseduto da Luca e Paola si è arenato insieme al finanziamento bancario da circa 10 miliardi necessario a realizzarlo. La partita più immediata potrebbe quindi spostarsi sui dividendi.
Il bilancio 2025 di Delfin si è chiuso con un utile record di 1,5 miliardi di euro, sostenuto soprattutto dagli oltre 1,2 miliardi di dividendi incassati dalle partecipazioni strategiche. Il motore principale resta il 32,4% di EssilorLuxottica, affiancato dal 28% di Covivio e dalle partecipazioni finanziarie: il 17,5% di Monte dei Paschi, il 10% di Generali e circa il 2,7% di UniCredit.
Il 27 aprile l’assemblea di Delfin aveva approvato la possibilità di elargire fino all’80%. La misura era funzionale al riassetto promosso da Leonardo Maria per acquistare le quote di Luca e Paola.
Venuto meno quel percorso, l’assemblea sul bilancio non ha raggiunto la maggioranza necessaria per utilizzare la nuova flessibilità. Delfin è così tornata alla linea della prudenza, distribuendo soltanto il minimo previsto dallo statuto: il 10% dell’utile, pari a 150 milioni complessivi e a 18,75 milioni per ciascuno degli otto soci.
La differenza non è marginale. Con una distribuzione pari all’80% dell’utile, la cedola complessiva sarebbe salita a circa 1,2 miliardi e ogni erede avrebbe ricevuto intorno a 150 milioni.
Per Leonardo Maria sarebbero stati oltre 130 milioni in più rispetto al dividendo deliberato: risorse decisive in una fase in cui l’esposizione finanziaria personale e quella delle società a lui riconducibili vengono stimate, nelle ricostruzioni giornalistiche, intorno a 1,3 miliardi di euro.
L’ultimo bilancio disponibile di LMDV Capital è ancora quello al 2024 . In quell’esercizio il family office ha portato il totale dell’attivo da 96,9 a 516,3 milioni. Alla crescita degli investimenti ha corrisposto un forte utilizzo della leva. I debiti complessivi sono saliti a 358 milioni: 178,45 milioni verso le banche e 177,55 milioni verso il socio.
Questi ultimi sono finanziamenti concessi da Leonardo Maria a LMDV. Anche la consistenza patrimoniale richiede cautela. Il patrimonio netto di LMDV Capital ammonta a 156,4 milioni, ma comprende una riserva di rivalutazione delle partecipazioni per 146,7 milioni.
In questo quadro assume particolare rilievo anche la decisione presa dall’assemblea di LMDV Capital il 23 luglio 2026. Il socio unico ha revocato, per la parte non ancora eseguita, l’aumento di capitale deliberato il 24 settembre 2024: un’operazione che prevedeva di portare il capitale nominale da 300 mila euro fino a un massimo di 5 milioni, con un incremento di 4,7 milioni e un sovrapprezzo di 45,3 milioni, per un apporto complessivo potenziale di 50 milioni. Nella stessa assemblea LMDV Capital è stata trasformata in società per azioni.
Nell’agosto 2025 LMDV Capital aveva intanto centralizzato il proprio debito bancario attraverso una linea da 350 milioni concessa da Indosuez Wealth Management, banca privata del gruppo Crédit Agricole.
A questa esposizione societaria si aggiunge quella personale. Nel gennaio 2026 UniCredit avrebbe ampliato da circa 350 a 650 milioni la linea concessa direttamente a Leonardo Jr. A livello societario va considerata anche la linea da 20 milioni concessa da Mps per l’acquisizione di Editoriale Nazionale.
La stima di circa 1,3 miliardi rappresenta dunque un’esposizione complessiva, personale e societaria, ricostruita attraverso fonti diverse. Non coincide con l’indebitamento finanziario netto di un singolo bilancio. Il dato è però sufficiente a descrivere un sistema fortemente dipendente dal credito, costruito attorno a un patrimonio personale molto elevato ma difficilmente liquidabile. È il classico problema del miliardario illiquido: una ricchezza enorme, concentrata in una cassaforte che distribuisce soltanto una parte minima degli utili e la cui governance richiede maggioranze difficili da raggiungere.
È lì che si incrociano la pace familiare, la sostenibilità del debito personale e il futuro di LMDV Capital.
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