Banche, Cipolletta: «Risiko senza logica, più autonomia per Generali»
L’analisi del presidente di Aifi: «Mps-Mediobanca ha sconvolto gli equilibri»

Il risiko bancario italiano è la conseguenza di una partita iniziata con l’acquisizione di Mediobanca da parte di Mps, un’operazione «azzardata» che ha sconvolto gli equilibri della finanza italiana. Ma ora, secondo Innocenzo Cipolletta, economista ed ex direttore generale di Confindustria e presidente di Aifi (Associazione italia private equity), bisogna uscire dalla logica delle partecipazioni incrociate e costruire gruppi capaci di competere in Europa. E soprattutto sciogliere il nodo Generali: «Il Leone deve essere una public company, libera di crescere a livello internazionale».
Come legge la nuova accelerazione sul fronte bancario?
«Stiamo assistendo alla logica conseguenza dell’operazione di Mps su Mediobanca. Era già di per sé un’operazione azzardata che ha sconvolto il sistema bancario e assicurativo italiano lasciando aperti molti punti e molte questioni. L’operazione di Intesa Sanpaolo è arrivata in conseguenza di quel passaggio e le mosse che Mps sta portando avanti oggi sono a loro volta una reazione. Si è innescato un movimento che continua a produrre conseguenze».
Vede una chiara logica industriale in questi piani?
«Non ancora. Abbiamo un mercato caratterizzato da molti intrecci tra società e partecipazioni, nel quale è difficile individuare progetti industriali limpidi. Il problema è proprio questo: bisogna sciogliere questi intrecci e arrivare alla definizione di veri progetti industriali. Non possiamo permetterci operazioni spericolate perché stiamo parlando del risparmio degli italiani».
Il presidente di Confindustria Orsini ha auspicato che una parte rilevante del risparmio italiano non finisca «sotto un’influenza straniera». È d’accordo?
«Sono poco incline al nazionalismo economico. Il problema non è stabilire quale soluzione sia migliore per l’Italia considerata come un mercato isolato. Dobbiamo ragionare in termini europei. Continuiamo invece a concentrarci su piccoli territori nazionali. Se Intesa diventasse più forte in Italia e questo le consentisse di essere più competitiva e di espandersi in Europa, come sta facendo UniCredit, potrebbe essere positivo».
In questa partita Generali è diventata uno degli snodi fondamentali. Perché il Leone è così importante?
«Generali è una grandissima azienda e dovrebbe poter continuare a svolgere il proprio ruolo indipendentemente dalle mire dei gruppi bancari. Non può essere continuamente un target. Da anni viene trascinata dentro queste partite e questo non fa bene. Generali ha inoltre un ruolo particolare perché gestisce una quota molto rilevante del risparmio italiano e nella propria cassaforte detiene titoli di una parte importante delle aziende e dello Stato italiano. Per questo attorno al Leone non esiste soltanto un interesse industriale: esiste inevitabilmente anche un interesse di potere».
Quale dovrebbe essere allora l’assetto ideale per Generali?
«Credo che dovrebbe essere una public company, capace di crescere ancora di più a livello europeo e internazionale, svincolata da azionisti che possono avere interessi diversi da quelli della compagnia. Il punto fondamentale deve essere l’interesse industriale di Generali. Bisogna darle la possibilità di svilupparsi senza essere condizionata continuamente dagli equilibri tra i suoi soci».
Il piano di Mps coinvolge direttamente il Leone attraverso Banca Generali. Dal punto di vista di Generali, cosa conviene che accada?
«Se queste operazioni portassero a una maggiore indipendenza di Generali, per me sarebbe un risultato positivo. Al Leone può convenire arrivare a un azionariato nel quale non ci sia una continua sfida per il controllo. Questo potrebbe anche consentire in futuro nuove ambizioni, compresa la possibilità di operazioni di aumento di capitale finalizzate ad acquisizioni internazionali. Generali deve poter guardare all’Europa e al mondo. Da questo punto di vista avere un azionariato più diffuso sarebbe preferibile rispetto a una situazione nella quale gruppi diversi continuano a confrontarsi per determinarne gli equilibri».
Quindi anche l’eventuale uscita di Banca Generali potrebbe avere senso se servisse a rafforzare questa autonomia?
«Il criterio deve essere sempre quello industriale. Non bisogna ragionare in termini di difesa di una partecipazione in quanto tale. Se la riorganizzazione consentisse a Generali di concentrarsi maggiormente sul proprio core business assicurativo, di rafforzarsi e di acquisire una maggiore capacità di crescita internazionale, allora potrebbe avere una sua logica. Quello che conta è che l’esito finale rafforzi Generali e la sua indipendenza».
Che ruolo dovrebbe avere il governo in questa partita?
«Lo Stato dovrebbe evitare di ragionare secondo logiche localistiche o elettorali. Non credo sia utile immaginare di mantenere piccole banche locali semplicemente perché si teme che, dopo un’aggregazione, venga meno il rapporto con il territorio. Ma è una trasformazione che sta avvenendo dappertutto».
Gli intrecci azionari che caratterizzano la finanza italiana possono essere limitati con nuove regole?
«Non credo che servano particolari paletti. È anche una caratteristica dei Paesi relativamente piccoli: i soggetti sono pochi e inevitabilmente finiscono per incontrarsi nelle diverse partite. La vera risposta è allargare il mercato all’Europa».
Il risiko bancario italiano è quindi anche una conseguenza di questa mancata integrazione europea?
«Assolutamente sì. Ogni Paese pensa che tutelare i propri campioni nazionali sia il modo migliore per difendere i propri cittadini. Si alimenta il timore che gli stranieri possano prendere il controllo delle nostre imprese e questo produce consenso politico».
Per famiglie e imprese la concentrazione non rischia di ridurre la concorrenza?
«La concorrenza va certamente tutelata. Ma è necessario sviluppare maggiormente il mercato del private capital e del private equity, strumenti che stanno crescendo e possono rappresentare un’alternativa al credito bancario. È questa una delle strade principali da percorrere: non difendere artificialmente un sistema frammentato, ma aumentare le possibilità di finanziamento e costruire un vero mercato europeo dei capitali».
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