Guerra e Pil, De Felice: «Se Hormuz resta bloccata, la crescita scende allo 0,4 per cento»
L'analisi di Intesa Sanpaolo a Treviso: la guerra in Iran dimezza le stime per il 2026. L'Europa rischia l'irrilevanza senza un mercato unico dei capitali: «Regaliamo agli USA 300 miliardi di risparmi ogni anno»

«La discriminante più che la durata del conflitto è il tempo in cui lo stretto di Hormuz resterà bloccato. Purtroppo, c’è qualche segnale di tensione anche per quel che riguarda il Mar Rosso, una chiusura dello stretto di Suez avrebbe un ulteriore impatto negativo». Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, ieri al Festival Treviso Città Impresa, risponde così alle domande sulle previsioni di crescita del Pil italiano nel 2026, che con la guerra in Iran l’istituto ha ridotto dallo 0,8% allo 0,4%. «In generale si può dire che, in caso di prolungamento del blocco di Hormuz, quello 0,4% potrebbe diventare ottimistico».
Fino a quando la chiusura è sostenibile?
«La previsione di una crescita del Pil dello 0,4% è basata sullo scenario che entro metà maggio ci sia una graduale ripresa dei flussi di petrolio e gas dallo stretto di Hormuz. Se arrivassimo a fine agosto, scenderemmo a uno 0,2%, e così via al ribasso se il blocco dovesse durare ancora. Teniamo però presente che Donald Trump a novembre ha l’importante scadenza elettorale delle elezioni di Midterm, vorrà cercare di non farla troppo lunga per evitare un rialzo dell’inflazione, a cui gli americani sono molto contrari».
L’Europa rischia di essere messa in ginocchio da un nuovo shock energetico. Come si può reagire?
«Il punto da cui partire è il fatto che, oggi, la competizione non è soltanto economica ma politica e strategica. Ci eravamo scandalizzati per l’invasione russa dell’Ucraina, oggi vediamo che ci stiamo muovendo verso un unilateralismo. Le violazioni del diritto internazionale sono diventate una costante. Questi shock stanno ridefinendo in maniera strutturale il funzionamento dell’economia globale. La domanda è dunque se l’Europa è in grado di reagire prendendo le sue decisioni con la velocità che ha conosciuto finora, in un mondo in cui i cambiamenti sono enormemente accelerati».
Qualcosa, dopo il Covid e l’Ucraina, è stato fatto.
«Segnali positivi ci sono stati. È giusto riconoscere che per la prima volta in questi ultimi anni ha fatto emissioni di debito comune per finanziare l'Ucraina e il piano Next Gen, e che c'è una nuova attenzione alla Difesa. Dopo essere stati scottati dal gas e dal petrolio russi, tra gli Stati c’è il collante del richiamo all’autonomia strategica. Si tratta di passi importanti, se produrranno degli effetti strutturali e se si troverà il modo di superare gli ostacoli posti da diversi Paesi».
In molti settori l’Europa sembra poco competitiva.
«È vero ma bisogna sempre ricordarsi che in altri siamo forti, altrimenti non avremmo quel grande avanzo commerciale con gli Stati Uniti che tanto irrita Trump. Però non possiamo negare di avere grandi ritardi nella tecnologia, nel digitale, nell’Intelligenza artificiale, dove le innovazioni arrivano da altrove. Se non acceleriamo in questi campi, rischiamo di diventare irrilevanti».
Perché le startup innovative faticano a diventare grandi?
«Il collo di bottiglia è il mercato dei capitali, dove la frammentazione normativa rende più difficile per le imprese innovative crescere e scalare le dimensioni. C'è un progetto molto interessante, l’Unione dei risparmi e degli investimenti, che ha la finalità di collegare l’ampio risparmio delle famiglie europee con le necessità di investimento delle imprese. Per riuscirci occorre eliminare le barriere nazionali, armonizzare le regole, introdurre strumenti finanziari liquidi e più profondi».
Ci spiega l’importanza di questo progetto europeo?
«Molte startup faticano a quotarsi perché non c’è un mercato unico, ci sono regole nazionali diverse per le società, per le quotazioni, per i mercati. Così i risparmi vanno all’estero, soprattutto negli Stati Uniti»
Quanto risparmio dall’Europa finisce oltre confine?
«Le famiglie risparmiano ogni anno circa 1.300-1.400 miliardi di euro, una somma enormemente superiore a quella degli Stati Uniti. Però di questo risparmio, vengono investiti al di fuori dell’Unione Europea circa 300 miliardi. Non voglio essere protezionista. Però il dato di fatto è che una massa di capitale significativa ogni anno finanzia imprese al di fuori del continente, sostiene l’innovazione degli altri, contribuisce alla crescita economica di altri sistemi produttivi».
Gli investimenti non vanno dove le prospettive sono migliori?
«È questo il punto, noi cresciamo poco. Abbiamo guadagnato in stabilità economica ma in competitività siamo indietro. Si tratta di costruire un’infrastruttura capace di trasformare il risparmio in un motore attivo di crescita. Ne abbiamo il potenziale, abbiamo ottime università, eccellenti ricercatori che spesso vanno altrove, un sistema bancario solido. Ci sono tutte le premesse per trasformare questo potenziale in qualcosa che garantisca ai cittadini maggiore benessere. E qui vale l’aforisma che gli Stati Uniti inventano, la Cina realizza, l’Europa regolamenta: dobbiamo evitare un'Europa intrappolata in un equilibrio di compromesso dove ogni negoziato diventa estremamente lungo».
Oltre a quelle normative, quali sono le altre sfide?
«La produttività è uno dei grandi temi. Negli ultimi vent’anni il divario rispetto agli Stati Uniti si è ampliato soprattutto nei settori ad alta tecnologia. Non è solo un tema di investimenti, ma anche di ecosistema: nelle università facciamo un sacco di invenzioni, ma per trasformarle in impresa abbiamo più difficoltà che altrove».
Questi cambiamenti richiedono trasformazioni profonde. L’Europa ce la farà?
«La storia ha mostrato che il cambiamento è possibile quando la pressione degli eventi ne rende particolarmente evidente la necessità. Dobbiamo passare da un’Europa reattiva, che si limita a reagire alle difficoltà, ad un’Europa proattiva, che non aspetta i disastri per darsi una maggiore autonomia. Questo va accompagnato da una narrativa economica e politica molto più chiara: raramente i leader politici raccontano ai cittadini dei propri Stati qual è il vantaggio di avere un'Europa più forte. Se riusciremo a farlo, l'Europa potrà cambiare il proprio ruolo nello scacchiere internazionale».
Riproduzione riservata © il Nord Est






