Dan Peterson a Trieste: l’istrione che cambiò il basket
Celebra Michael Jordan e detesta il tiro da tre punti. Ricordi cileni, spot televisivi e tanto carisma

Dan Peterson sarà il grande ospite del 29 maggio allo Sport Business Forum di Trieste. “Per me, numero uno: parola di coach” è il titolo dell’intervista pubblica alle 16,30 nella Sala Scherma del Trieste Campus (v. Locchi 25) . Due gli intervistatori: Fabrizio Brancoli, vicedirettore Nord Est Multimedia con delega agli Eventi; e Roberto Degrassi, giornalista ex Il Piccolo, una lunga carriera tra giornali e canestri, la storica “prima firma” del basket a Trieste. Incontro gratuito, ma si raccomanda di prenotarsi sul sito di Sport Business Forum
Settembre 2022, il coach è nel loggiato di un elegante palazzo del Trentino. Sta tenendo una lezione di fondamenti della pallacanestro e di storia del basket a un gruppo di entusiasti appassionati. Jordan, Jabbar, Premier e Brunamonti, i suoi trascorsi in Cile, il tramonto dei playmaker e il maledetto tiro da tre: il decano degli allenatori italiani nel saltare da un argomento all’altro è più imprevedibile di Carlo Caglieris, altro idolo di sempre, immancabile in ogni suo ricordo cestistico.
Poi il colpo di scena. Tra il pubblico si fa strada un border collie, al guinzaglio del padrone. Orecchie ritte, lingua fuori, zampe allineate, si piazza ad ascoltare il racconto quasi come un essere umano. Dan Peterson si ferma, non finisce nemmeno il discorso: «Time out cari amici sportivi, è appena entrato un cane bellissimo. Devo farmi un selfie con lui». E giù di risate e sonori applausi, degna cornice alla foto con l’apprezzato quattro zampe che diventa inevitabilmente la cartolina di giornata.
Imprevedibile, istrione, enciclopedico Dan Peterson: 90 anni lo scorso 9 gennaio, data in cui la Chiesa celebra San Marcellino, vescovo di Ancona, noto secondo la tradizione per aver salvato la città da un vasto incendio nel sesto secolo. E di partite - l’analogia non è casuale - chissà quante ne ha salvate coach Peterson, abituato in realtà a parlare più di primi posti che di salvezze: una Coppa dei Campioni e quattro scudetti con l’Olimpia Milano (ma anche una Korac e due Coppe Italia), e un campionato vinto pure con la Virtus Bologna, ancor prima dell’epopea con le Scarpette Rosse.
Nativo di Evanston, nell’Illinois (sì, la terra degli esilaranti nazisti nei “Blues Brothers”, visto che si parla di leggende), papà tenente di polizia e madre artista, Dan Peterson era destinato a diventare un avvocato, perlomeno nei sogni dei genitori che invece al figlio hanno trasmesso il rigore e l’autorevolezza della divisa e l’estro e la creatività del pennello: un mix che si rivelerà alchimia pure per il suo futuro nel basket. L’incontro con la pallacanestro a 14 anni, tanti campionati scolastici nel ruolo di playmaker, risultati non propriamente da promessa Ncaa ma un amore verso la palla a spicchi cresciuto di giorno in giorno. Amore declinato nel ruolo di allenatore, tra college e università americane, con una svolta - a proposito di imprevedibilità - avvenuta in una terra che al basket sta come la difesa di Dennis Rodman in una finale Nba sta al Nobel per la Pace. Il Cile, che nel 1971 chiama il coach come capo allenatore della nazionale.
E qui i risultati sportivi passano in secondo piano rispetto alla leggenda che ne è nata. «Sono venuto via da là il 30 agosto 1973 e l’11 settembre c’è stato il golpe di Augusto Pinochet. Mi aveva chiamato Bologna in Italia, non potevo rifiutare», racconta lui. Vallo a raccontare ai cileni: «Me ne sono andato dopo il golpe, hanno pensato che c’entrassi io. Da allora c’è ancora chi crede che io fossi stato una spia della Cia. Un giorno scriverò un libro, me lo ha consigliato la mia manager. Lo intitolerò “Ero una spia della Cia?”» .
A quindici anni e più dal suo addio alla panchina (sempre con l’Olimpia, era il 2011 e lui aveva 75 anni, ventitré anni dopo il primo autopensionamento), Dan Peterson non cambia idea sulla propria visione del basket, oggi ben lontano dai fasti del passato: «La vera maledizione della pallacanestro di oggi è il tiro da tre, si tira troppo da tre, si tira e basta. Per me devono esistere solo i canestri da due punti», spiega il decano. «Il tiro da tre è stato inserito nelle regole del basket non da giocatori o allenatori, ma da professionisti dello spettacolo. Il risultato? Ha ucciso i playmaker. Dove sono oggi i Marzorati, i Caglieris, i Brunamonti, i Pieri o gli Iellini che disegnavano giochi incredibili? Spariti tutti: maledetto tiro da tre! Se fosse nato prima, non avremmo mai visto dominare sul parquet gente come Kareem Abdul Jabbar».
E se si nominano i mostri, non si può che ribadire l’assoluta convinzione del coach: il goat, il migliore di sempre. «Michael Jordan, non c’è alcun dubbio. Sì, va bene, Lebron James segna quaranta punti anche oggi, ma un vero campione lo si deve misurare nel suo apice di carriera e nessuno ha fatto quanto Michael Jordan al picco della propria attività». Dominerebbe anche oggi? «Jordan ci metterebbe cinque minuti di orologio a imparare a giocare nel basket di questi anni, anche in quello fatto di tiri da tre. Lui è un campione che può dominare per cinque generazioni ed epoche di seguito. Togliete la linea da tre a LeBron, Curry o Durant: voglio vedere come se la cavano con i gomiti di Chamberlain, Jabbar e Rodman».
Siamo alla fine del ritratto di coach Peterson e quasi si sta rischiando l’impresa: non si sono ancora citate le sue frase iconiche, forse ancor più note della coppe in bacheca. Da «Tè Lipton, per me numero 1» fino a «Mamma butta la pasta», il tecnico americano ha letteralmente rivoluzionato il modo di raccontare la pallacanestro (ma anche il wrestling) e di rapportare i suoi eroi al grande pubblico, vuoi attraverso lo spot arcinoto girato quarant’anni fa nientemeno che da Nanny Loi, vuoi da ambasciatore del basket Nba in Italia. Le sue telecronache negli anni Ottanta su Pin e poi su Canale 5, e ancora su Tmc, Tele+ e Sportitalia, con l’inconfondibile accento statunitense che mai l’ha abbandonato, hanno fatto conoscere al pubblico italiano un basket che prima di allora si vedeva solo su figurine e riviste.
Che dire, se non: Fe-no-me-na-le!
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