La zampata di Bobo Vieri a Sport Business Forum: «Il sistema-calcio deve essere riformato»

Il bomber a Trieste si racconta tra pallone e affari: «Quando giocavo non pensavo a quello che avrei fatto dopo»

Francesco Bevilacqua
Bobo Vieri al Trieste Business Forum (Lasorte)
Bobo Vieri al Trieste Business Forum (Lasorte)

Di sogni e realizzazioni il panel dedicato a Christian Vieri nella giornata di apertura dello Sport Business Forum, che ha visto Trieste protagonista nella tappa di anteprima al Trieste campus: non un luogo a caso quando si parla di imprenditoria legata allo sport.

E al calcio, “Bobo” ha dato tantissimo, infiammando gli stadi più caldi al mondo e facendo la fortuna delle squadre di cui ha portato lo stemma sul petto in una carriera lunga e prolifica, tinta indimenticabilmente d’azzurro.

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In una parabola pratica come i suoi colpi di testa, Vieri è riuscito a ricalcare con un’aderenza perfetta la definizione di bomber, passando da simbolo a brand, da icona a marchio di successo portandosi via dal rettangolo verde intuizione, istinto e fama per prestarla a diversi progetti imprenditoriali. Il filo conduttore? Lo sport: centrale nel dialogo con la penna del Gruppo Nem, Giancarlo Padovan.

Un’indagine per conoscere Christian: l’uomo, le scelte e le idee che hanno contribuito a formare la persona prima ancora del calciatore, dietro le quinte del personaggio famoso, oltre la “B” di bomber. «Sono papà di due bambine splendide, c’è Costanza e poi viene il resto» l’esordio al microfono. Si parla di pallone, a ruota libera. Perché Vieri è un’esplosione di energia e ironia mordente: «Quando giocavo non pensavo a quello che avrei fatto alla fine della carriera. Mi allenavo al massimo e pensavo solo a fare gol. Era semplice: allenarmi, allenarmi, allenarmi perché quel rettangolo verde non mente mai. E mi manca da morire».

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Schietto, diretto, verace: «Sai quante volte non facevo gli addominali e mi toccava uscire dalla macchina per tornare al campo? È un fatto di coscienza; se facevo tutto quello che dovevo fare, poi stavo tranquillo e sono sempre stato così. Avevo fame di adrenalina e di pressione. E mi andava bene il bene e il male. Papà mi disse: “Guarda che San Siro pesa”. Ma quando mi hanno chiesto se volevo andare all’Inter con Ronaldo io ero già sull’aereo».

“Però Bobo usciva sempre”, la provocazione: «Il mio compagno era Pippo Inzaghi e segnavamo ogni domenica. Secondo voi era possibile uscire sempre? D’estate però avevamo 25 giorni liberi ed ero 25 sere fuori». Inevitabile il passaggio sui mondiali: «Io i nomi degli arbitri non li so, siamo al 2002, in Corea avrà fatto degli errori (il riferimento è a Byron Moreno, ndr) ma dovevamo passare lo stesso. Non accetto scuse su questo».

Poi la mancata convocazione nel 2006: «Non fu una scelta sbagliata; appena ho sentito il ginocchio bruciare ho capito che non sarei andato in Germania. Però ho sofferto tanto. E Lippi è stato il miglior allenatore che ho avuto. Una mentalità fuori categoria». E adesso? «È un tema delicato e i giocatori non sono i colpevoli. Colpevole è un sistema che va riformato. Spalletti ha parlato di un giocatore italiano fisso in campo. Questo obbligherebbe ogni squadra ad averne 4-5 in rosa». «Sono felice di tutto quello che ho avuto e di quello che ho», conclude, «e ai ragazzi dico sempre che bisogna sognare perché i sogni si realizzano se hai la fame e la voglia di fare più fatica di tutti».

 

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