Martina vuole godersela: «Il cognome Di Centa adesso non mi pesa più»

Martina Di Centa, cognome da leggenda, carabiniera carnica di 25 anni di Paluzza, è pronta alle sue seconde Olimpiadi invernali

Antonio Simeoli
Martina Di Centa, 25 anni, fondista del gruppo sportivo dei Carabinieri di Paluzza: per lei figlia e nipote d’arte i secondi Giochi olimpici invernali
Martina Di Centa, 25 anni, fondista del gruppo sportivo dei Carabinieri di Paluzza: per lei figlia e nipote d’arte i secondi Giochi olimpici invernali

Prendersi le seconde Olimpiadi della carriera all’ultima gara dopo una stagione passata a schivare la sfortuna e a rincorrere la forma migliore è già un successo. Da sabato 7 febbraio, nella prova skiathlon a Cavalese, Martina Di Centa, cognome da leggenda, carabiniera carnica di 25 anni di Paluzza ha un solo obiettivo. «Divertirmi, godermele proprio queste Olimpiadi, peraltro gareggiando su una pista come quella di Tesero, che conosco bene sin da quando partecipavo al Topolino».

Quale differenza con l’Olimpiade dell’esordio a Pechino?

«Una, enorme: quelli furono Giochi segnati dal Covid, dall’altra parte del mondo, senza pubblico. Certo, per me fu una esperienza indimenticabile, ma ora gareggeremo in casa. Sono già elettrizzata prima di partire».

Un aggettivo per definire il tuo avvicinamento ai Giochi?

«Complicato. All’inizio della stagione mi sono banalmente storta una caviglia mentre correvo in Val Senales al primo giorno di raduno. È iniziata così una corsa ad ostacoli».

La luce in fondo al tunnel quando l’hai vista?

«Solo un mese fa al Tour de Ski fa facevo ancora fatica».

Poi hai strappato la convocazione all’ultima gara di Coppa del mondo a Goms in Svizzera. A chi devi dire grazie?

«Su tutti ad Andrea il mio compagno: mi ha preso per mano in questa rincorsa seguendomi passo dopo passo. Anche lui ha sciato, sa cosa vuole dire cercare la condizione migliore. Poi, chiaro, tutta la mia famiglia».

Mamma Rita?

«Ha seguito papà in 5 Olimpiadi, è la mia prima tifosa, come papà e i miei tre fratelli. Ma a mamma manco quando sto via».

Quanto pesa chiamarsi Di Centa?

«Adesso non più tanto, ma quando ero più giovane certo che pesava. A volte sentivo la pressione che mi creavo da sola a portare quel cognome carico di successi nello sport».

Vent’anni fa papà Giorgio vinse due ori a Torino. Ricordi?

«Nitidi. Avevo 5 anni, ricordo bene quella giornata in pista a Pragelato a tifare con la mamma. Ricordo l’urlo di papà quando ha vinto l’oro o quando poi mia zia l’ha premiato allo stadio di Torino».

Già, sportivamente e magnificamente, hai una delle zie più ingombranti dello sport.

«Zia Manu è splendida, ha un carattere solare. Per me lei c’è sempre. Prima di tutto è mia zia poi una campionessa leggendaria. Come papà».

Martina oltre lo sci?

«Diploma al liceo linguistico a Tolmezzo. Sono una ragazza tranquilla. Ah mia sorella Laura, medico a Udine, mi ha insegnato l’uncinetto. E la cosa mi ha preso».

Scegli di dire ancora due grazie.

«Il primo all’Arma dei Carabinieri: fin da giovane ha creduto in me sostenendomi».

Il secondo?

«Saranno le prime Olimpiadi senza nonno Gaetano. Ho iniziato a sciare grazie a lui, mi seguiva sempre. Proverò ad andare più forte possibile anche per lui. Sempre col sorriso».

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