Burstyn, Leone alla carriera: «Ma io sto ancora imparando»

A 93 anni e con 150 film, l’attrice rivela: «Non mi sono mai accontentata». Le donne e Hollywood: «Oggi va meglio, ma non siamo ancora alla parità». In Flesh Impact è una Marilyn di 100 anni: «Che emozione il suo sguardo»

Cristiano Cadoni

 

Un conto è arrivare al successo, quello comunemente inteso. Un conto è arrivare a essere «esattamente il tipo di attrice che ammiravo quando ho iniziato». In questo scarto sta la grandezza di Ellen Burstyn che a 93 anni sale sul palco della Sala Grande del Lido di Venezia per ritirare l’ennesimo premio di una carriera abbagliante, si lascia scappare un «wow» di stupore, qualche lacrima di commozione e poi, con le mani sul Leone d’oro (alla carriera), dice: «Questo premio è semplicemente la testimonianza di quello che ho imparato».

«Lei sta ancora facendo pratica», aveva detto di lei poco prima, nella laudatio, Maggie Gyllenhaal, presidente di Giuria alla Mostra e regista del corto Flesh Impact, presentato in coda alla cerimonia, nel quale Burstyn interpreta una Marilyn idealmente ancora viva, che si presenta a un provino da centenaria. «Ha la capacità di portare sempre un pezzo di se stessa nella storia che interpreta, sfuggendo al rischio di far diventare la recitazione una forma di sottomissione. Ed è esattamente ciò che distingue una donna da una ragazza» - sono ancora parole di Gyllenhaal.

In cinquant’anni e con circa 150 film, Burstyn ha dato profondità e rappresentato la complessità di personaggi femminili indimenticabili, capaci di incarnare le contraddizioni e le trasformazioni della donna nel tempo. Su tutti - ma la scelta è davvero difficile - quello di Alice Hyatt in Alice non abita più qui di Martin Scorsese, film manifesto sulla riconquista di identità e libertà femminile, interpretazione che le è valsa l’Oscar.

Lo ha fatto grazie alla sua ferrea determinazione («Volevo proprio fare l’attrice, l’ho capito presto», racconta nel suo discorso sul palco) e a un metodo costruito con l’applicazione, oltre che naturalmente a un talento innato. «Quando ho iniziato e stavo per credere di avercela fatta, ho capito di volere di più. Perciò sono andata a imparare da Lee Strasberg».

Di Marilyn si parla prima della cerimonia e Burstyn smentisce, suo malgrado, le voci di un incontro che in realtà non è mai avvenuto. «Era già morta quando ho iniziato a frequentare l’Actor’s Studio. Ma una volta l’ho incrociata in un locale: io mi sono incantata, lei mi ha guardato e ha annuito. Mi porto nel cuore il ricordo di quel momento». Si parla, ovviamente, anche di donne e di politica. Sulla parità – tema attuale anche qui a Venezia, dove di registe in Concorso ce n’è solo una – Burstyn ammette che di strada da fare ce n’è ancora: «Ma la situazione per le donne a Hollywood è cambiata enormemente. Quando ho iniziato, non c’erano donne sul set, dietro la macchina da presa o nelle troupe c’eravamo solo noi attrici. Poi lentamente, grazie anche all'impegno di persone come Gloria Steinem, che è appena scomparsa, la mentalità ha iniziato a cambiare. All’inizio si trattava di una segretaria di edizione. Poi di un’assistente alla macchina da presa. E lentamente si è arrivati all'integrazione delle donne. Non siamo ancora al 50 e 50 ma ci stiamo avvicinando».

In tema di politica si entra quando le chiedono quali sono le storie che oggi vale la pena di raccontare: «Il mio Paese ne sta offrendo tante che andranno esplorate», constata amaramente. Torna sul tema dal palco della premiazione quando racconta di una scena che stava girando in auto, su una strada che costeggiava un precipizio: «Sul cofano c’erano due persone, le luci, la telecamera e io, che dovevo guidare, non vedevo la strada e pensavo che saremmo finiti giù, che avrei ucciso tutti. Ma a quel punto mi sono resa conto che avrei potuto salvarmi seguendo la linea bianca sulla sinistra. Avere un punto di riferimento mi è servito spesso nella mia vita. Ed è quello che auguro al mio Paese: che trovi presto la sua linea bianca».

 

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