Irene Boni a Link Media Festival: «Una nuova narrazione sui giovani»
Per la consigliere delegata di Fondazione Unhate la fragilità non può essere la sola chiave di lettura delle Gen Z e Alpha

Giovani sempre più arrabbiati perché connessi. Una narrazione diffusa che, però, va rivista, dati alla mano, per Irene Boni, consigliere delegato della Fondazione Unhate, che domenica 12 aprile, alle 16.30 nella Link Arena di piazza Unità a Trieste, sarà ospite di Link Media Festival, promosso da Il Piccolo e il Gruppo Nem da venerdì a domenica nel capoluogo regionale.
Assieme anche a David Puente, vicedirettore di Open.online, dialogherà con Davide Sciacchitano, giornalista e media educator Mec (Media educazione comunità), di “Connessi e arrabbiati”.
Come anticipa a Il Piccolo Irene Boni «costruire una nuova narrazione sui giovani significa, prima di tutto, riconoscere una distorsione».
I dati dell’Osservatorio Unhate mostrano un paradosso: il 79% dei ragazzi dichiara di essere felice, ma «solo il 64% ritiene felice la propria generazione e questa è una frattura percettiva che non nasce dall’esperienza diretta, ma dal racconto collettivo». Le evidenze internazionali, come rileva Boni, rafforzano questa lettura. «Questa asimmetria è il prodotto di un ecosistema comunicativo che, guidato da logiche di polarizzazione ed engagement, amplifica sistematicamente le narrazioni più estreme – spiega la consigliere delegata di Fondazione Unhate –. Il risultato è una “identità riflessa” deformata: ragazzi che stanno relativamente bene finiscono per percepirsi come parte di una generazione fragile e senza prospettive».
Il punto, come indica Irene Boni, «non è negare le fragilità, è evitare che diventino l’unica lente». «Le narrazioni non si limitano a descrivere la realtà: la producono - si chiamano tecnicamente le self fulfilling prophecies, le profezie autoavveranti – prosegue –. Se raccontiamo una generazione come perduta, contribuiamo a renderla tale, riducendone aspettative, ambizione e capacità di azione».
Una nuova narrazione sui giovani, quindi, «non è una narrazione “positiva” in senso superficiale, ma una narrazione più giusta e completa. Che tenga insieme vulnerabilità e risorse. Che riconosca il disagio senza trasformarlo in destino. Che restituisca agency». Cioé la capacità di agire in modo autonomo, prendere decisioni consapevoli e influenzare il proprio ambiente. Costruire una nuova narrazione è possibile, per Irene Boni, che ne indica i passaggi concreti.
Il primo? Quello della responsabilità linguistica e mediatica. «Così come sta avvenendo nel racconto della violenza sulle donne – dove si è lavorato per eliminare la colpevolizzazione della vittima e rendere visibili le responsabilità – serve un analogo salto di qualità nel racconto dei giovani», afferma Boni. La consigliere delegata di Fondazione Unhate fornisce alcuni esempi concreti: superare etichette stigmatizzanti come “baby gang”, che «riducono fenomeni complessi a categorie semplificanti e identitarie»; evitare generalizzazioni («i giovani non hanno voglia di lavorare») non supportate dai dati; spostare il focus dal giudizio alla comprensione dei contesti (educativi, sociali, familiari).
Si deve poi passare dalla formazione degli operatori dell’informazione e dei creator. «Come esistono linee guida per il racconto della violenza di genere – osserva Boni –, è possibile sviluppare codici narrativi condivisi per il racconto delle nuove generazioni: attenzione ai frame, uso dei dati, rappresentazione non stereotipata». Le storie raccontate vanno rimesse in equilibrio. «Non si tratta di raccontare solo “casi di successo”, ma di rendere visibili percorsi reali di crescita, tentativi, fallimenti, ripartenze – spiega Boni –. Narrazioni che attivano identificazione e possibilità, non distanza o rassegnazione».
I giovani infine vanno coinvolti nella costruzione del racconto. «Quando i ragazzi diventano co-autori – e non solo oggetto – della narrazione, emergono rappresentazioni più aderenti e meno stereotipate – rileva Boni –. Affiancare sempre alle interviste agli esperti adulti, la voce di giovani impegnati. In un contesto in cui l’odio e la chiusura spesso nascono dalla percezione di mancanza di opportunità, cambiare la narrazione diventa un atto abilitante. Non sostituisce le politiche, ma le rende efficaci. Le politiche creano opportunità, ma sono le narrazioni che permettono di vederle». —
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