Link Media Festival torna a Trieste: «Uscite di casa e confrontatevi, lo schermo non basta più»
L’evento conta 70 relatori dal 10 al 12 aprile per leggere un mondo "mai così complicato". La direttrice Fresa: «Dal colpo Boris Johnson ai rischi dello smartphone, trasformiamo piazza Unità in un quotidiano dal vivo»

«Uscite di casa, incontratevi, confrontatevi»: in un’epoca in cui ci si nasconde sempre più dietro uno schermo, Francesca Fresa, direttrice artistica di Link Media Festival, rivendica con forza la funzione primaria di un festival. Un luogo fisico dove le persone si ritrovano, ascoltano, si formano un’idea, la riconfermano o la cambiano. O almeno ci provano.
La dodicesima edizione dell’evento del Piccolo e del suo gruppo editoriale Nem, dal 10 al 12 aprile a Trieste, porta in piazza Unità 70 ospiti nazionali e internazionali per raccontare un mondo che, dice Fresa, «non era mai stato così complicato da leggere».
Questa edizione cade in un momento geopolitico che cambia forma ogni settimana. Come si costruisce un programma su una realtà così fluida?
«È la sfida più difficile in dodici anni di festival. Un anno fa il mondo era un’altra cosa, sei mesi fa era un’altra cosa. Basta che Trump apra la bocca e crollano i mercati, saltano le diplomazie, si ridisegnano gli equilibri. Grazie all’autorevolezza dei nostri ospiti riusciamo a focalizzare meglio questo momento storico, ma le linee di dibattito si aggiornano continuamente: i relatori si confronteranno tra loro prima di salire sul palco, perché quello che era vero ieri potrebbe non esserlo più domani».
Fino a quando si riesce ad aggiornare il programma?
«A un certo punto devi fermarti, certo. Ma quello che mi interessa davvero è che si parli delle questioni che riguardano i cittadini, quelle che ci toccano da vicino. Non solo la geopolitica astratta: le bollette del gas che salgono, i fondi del Pnrr che finiscono, i mercati che reagiscono a un dazio. Link deve essere come un quotidiano da sfogliare: trovi l’economia, gli esteri, la società, la scienza. Tutto quello che devi sapere per capire dove sei e cosa ti aspetta».
Cinque panel sul disagio giovanile sono un segnale importante. Come si racconta questo tema senza cadere nella trappola della banalizzazione?
«Sono sinceramente spaventata da quello che sta succedendo. Lo smartphone, o meglio il suo uso distorto, sta producendo danni che stiamo cominciando a misurare solo ora, dopo anni. Bullismo, isolamento, relazioni mediate da uno schermo. Lo affrontiamo con voci competenti: nel panel “Arrabbiati e connessi” c’è la Fondazione Unhate con una ricerca appena pubblicata; Carlo Verdelli racconta nel suo libro come il telefono stia incidendo anche sulle relazioni familiari, non solo su quelle dei più giovani. Sono alert, non prediche: vogliamo che la gente capisca, rifletta, magari cambi strada».
Boris Johnson al Rossetti è il colpo da maestro di questa edizione. Come ci siete riusciti?
«Sarò onesta: non è merito mio. Ha fatto tutto Marco Zatterin, editorialista dei quotidiani del gruppo Nem. Lui e Boris hanno condiviso cinque anni da corrispondenti a Bruxelles, quando Johnson faceva ancora il giornalista, e sono rimasti amici. È stato Marco a costruire questo incontro, ed è giusto che il merito se lo prenda lui. Detto questo, in questo momento particolare avere una voce come la sua – protagonista della Brexit, premier durante il Covid – è un’opportunità straordinaria per analizzare dinamiche che continuano a ridefinire l’Europa intera».
Il festival dedica un panel agli effetti collaterali dell’Ia. In un dibattito che oscilla tra entusiasmo e panico, che tipo di conversazione vuole costruire Link?
«Una conversazione equilibrata. Teresa Scantamburlo non viene a fare catastrofismo: ragiona sull’impatto etico, sì, ma anche sulle opportunità. L’intelligenza artificiale è come una Saint’Honoré: meravigliosa, e se ne prendi un cucchiaio è una goduria pura, ma se la mangi tutta in due giorni fa male. Le cose vanno dosate. Noi vogliamo che il pubblico esca con gli strumenti per farlo».
Dodici edizioni. Cos’è cambiato in Link e cosa non cambierà mai?
«È cambiato il tempo in cui viviamo, completamente. Quest’anno è l’edizione in assoluto più complessa che abbia mai curato. Ma l’approccio non è cambiato: abbiamo sempre raccontato cosa succede nel mondo e quello che potrà succedere. Il senso profondo del festival è quello che Neri Marcorè evoca nel suo panel ispirato a Gaber: devi uscire, perché là ritrovi te stesso e le persone con cui confrontarti. Chiudersi in casa davanti a una tastiera, leggere solo quello che le piattaforme decidono di mostrarti, non basta. Non potrà mai bastare».
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