Battilani tra passione e storia: «Le mie duecento moto raccontano un sogno»
Il celebre collezionista di moto d’epoca sarà protagonista di “Motociclismo senza confini”, illustrando la sua raccolta e il progetto del museo internazionale Mimas

La prima è stata a stelle strisce, una Harley Davidson. L’ultima, beh, «è quella che sto ancora cercando». Parola di Benito Renzo Battilani, romagnolo che a buon diritto è considerato uno dei più grandi collezionisti di due ruote a motore d’epoca al mondo. Autore di innumerevoli pubblicazioni di settore, filologo storico raffinato, è un conoscitore profondo del motociclismo. Tra la prima e quella che un giorno sarà l’ultima, intese come moto della sua vita, ne ha messe una accanto all’altra quasi duecento, e non è difficile spiegare allora perché sarà uno dei mattatori della serata di “Motociclismo senza confini”, a Gorizia e Nova Gorica.
Battilani, come è scoccata la scintilla della passione?
«Avevo 5 o forse 6 anni, mio zio si interessava di meccanica e io, non sono nemmeno bene perché, lo seguivo ogni volta che metteva mano ad un motore. Così è iniziato tutto. Ero curioso, quelle erano le nostre fantasie a quei tempi».
La prima moto tutta sua?
«In verità fu condivisa con un amico, Ivo Giovannini, che oggi purtroppo non c’è più. Avevamo 18 anni, pochi soldi ma tanta passione. Giravamo per i demolitori, le moto erano tante e anche interessanti, ma spesso troppo costose per noi. Così trovammo una Harley Davidson 350 del 1929, che allora era vecchissima, ma era ciò che ci potevamo permettere: per comprarla ci improvvisammo, lavorammo come potevamo. Io tra le altre cose impagliavo gli uccelli e gli animali che i cacciatori prendevano e volevano mettere nella loro collezione».
A proposito di collezione...la sua.
«Non so di preciso quante moto ho, non le ho mai contate, né posso dire quali sono le mie preferite, cosa che in verità mi chiedono tutti: bisogna pensare che alcune sono rimaste in studio anche vent’anni per essere riportate all’antico splendore un po’ alla volta tra sacrifici e pazienza. Ognuna ha una storia diversa e l’affetto è uguale per tutte».
Un marchio, però, lo ama e conosce particolarmente: Frera.
«Vero. Mi ha sempre incuriosito come una nazione come l’Italia potesse avere una realtà all’avanguardia come quella, che produceva le moto più diffuse nel Paese dall’inizio del Novecento fino al 1933. Da italiano, poi, provo piacere nel contribuire a salvare un pezzetto della nostra storia, quella di marchi come Frera appunto, ma potrei citare anche Centaurus, Martina, Ollearo e tanti altri che altrimenti sarebbero destinati all’oblio».
È questo anche il senso della fondazione che ha contribuito a lanciare?
«Esatto. Si chiama Mimas come Museo Internazionale Moto e Auto Storiche e vuole riunire le collezioni di tanti appassionati come me, per tutelare un patrimonio storico e culturale che deve poter restare a disposizione dell’umanità, ricordando però anche chi quelle moto le ha salvate. Al momento siamo una quindicina di collezionisti, per un migliaio di veicoli, e tra le ipotesi al vaglio per il museo c’è l’ex ospedale psichiatrico di Imola. Ci vorrà del tempo, come è normale per questo genere di iniziative, ma se le cose andranno come devono si tratterebbe del più grande museo di moto d’epoca del mondo».
Cos’ha una moto di ieri che una di oggi non può avere?
«Spesso si dice l’anima. Non so dire se è retorica ma c’è del vero. Una volte le moto erano un miraggio, un sogno, quando oggi sono oggetti quasi scontati per chi le acquista. E le cose più desiderate e sofferte, si sa, lasciano una traccia. Inoltre oggi la meccanica è passata in second’ordine di fronte all’elettronica, e si assiste ad un certo appiattimento del panorama dei motori».
Lei cosa cerca in una moto da inserire nella sua collezione?
«I collezionisti sono fatti così: trovi una moto bellissima, e la devi avere. Però poi ti imbatti in un catorcio e pensi che meriti di essere riportato ai fasti di un tempo. E ancora, punti la moto più affidabile di tutte, ma poi ti affascina anche quella piena di magagne, che dava solo problemi. Insomma, la passione ti assorbe totalmente».
La racconterà a Gorizia? «Senz’altro. Mi piace l’idea di poter arrivare nella terra dove è nato il primo moto club d’Italia, e dare il mio contributo ad una realtà, il Moto club Trieste, che è attiva, sana, saggia. Lo sento con il cuore».
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