Il medico che volle farsi prete: «Leone XIV mi ha chiesto di vigilare sull’Intelligenza artificiale. È pervasiva, rischia di dominarci»

Il vescovo padovano Renzo Pegoraro guida la Pontificia accademia per la vita: «Con noi due premi Nobel»

Stefano LorenzettoStefano Lorenzetto
Leone XIV con monsignor Renzo Pegoraro, nominato presidente della Pontificia accademia per la vita
Leone XIV con monsignor Renzo Pegoraro, nominato presidente della Pontificia accademia per la vita

Quando ha saputo che Leone XIV lo aveva nominato arcivescovo, Renzo Pegoraro, 66 anni, prete e medico padovano, presidente emerito della Società europea di filosofia della medicina edella sanità, ha ringraziato il Papa per averlo chiamato al «servizio di quel Dio della vita che “non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante”», secondo la profezia di Isaia.

Un anno fa, Robert Francis Prevost, succeduto da meno di tre settimane a Jorge Mario Bergoglio, scelse lui, Pegoraro, per la sua prima nomina al vertice di un organismo della Santa Sede, quella Pontificia accademia per la vita che fra i suoi 60 membri ordinari annovera due premi Nobel per la medicina, la biochimica statunitense di origini ungheresi Katalin Karikó e il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka.

Nobile missione proteggere la vita sul punto di essere frantumata come la canna rotta, ridotta a un lucignolo che sta per spegnersi. Don Renzo – continuerà a farsi chiamare così, anche se il 21 giugno sarà ordinato vescovo – la vocazione del difensore ce l’ha fin da adolescente, da quando giocava in porta nel campetto comunale alla periferia di Padova, zona Sant’Osvaldo, parrocchiadi San Paolo, «un torneo fra le varie strade del rione, ci sentivamo come i ragazzi della via Pál o della via Gluck», ricorda. Scuola elementare Bertacchi, media Falconetto, liceo scientifico Fermi. Infine, laurea in medicina e chirurgia nell’ateneo della sua città:era il 1985. Quattro anni dopo, l’ordinazione sacerdotale.

 

Ma quest’uomo che cosa voleva essere, medico o prete? Risponde a colpo sicuro: «Medico. Ho studiato per questo. Ma poi la seconda vocazione ha prevalso sulla prima». Credo che non sia un caso se ha voluto dare appuntamento al cronista nel monastero dell’abbazia di Santa Giustina, dov’è sepolta Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, oblata benedettina, prima donna al mondo, nel1678, a ottenere una laurea, in filosofia. Monsignor Pegoraro ha mantenuto un saldo legame con la sua terra. Ogni venerdì sera esce dalla sede della Pav, in piazza San Calisto, a Roma, dove vive dal 2011, e torna a Padova. Lo fa perché fu il suo vescovo, Antonio Mattiazzo, a chiedergli di mantenere i legami con la diocesi di origine, e quindi gli parrebbe di venir meno a quell’impegno se non si prestasse ogni domenica a celebrare le messe a Rossano Veneto, così come fece in passato nelle parrocchie di San Paolo, Altichiero, Polverara e Bassanello. Ma torna anche per stare accanto alla madre Maria, 94 anni il 29 maggio, vedova di Giuseppe, maresciallo che prestava servizio nel Secondo reparto celere.

Mi elenchi che cosa ha imparato dai suoi genitori.

«L’onestà, la laboriosità, la verità, la fede. E a sporcarmi le mani. Prima di entrare ventenne nella polizia, mio padre faceva l’ortolano a Centrale di Zugliano, vicino a Thiene, e mia madre era una contadina. Hanno tramandato queste radici fortissime a me ea mio fratello».

Radici con il Nordest.

«È casa mia. Ho cominciato da docente di bioetica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e da segretario generale della Fondazione Lanza di Padova, centro di studi avanzati in etica, bioetica ed etica ambientale, oggi presieduta da don Leonardo Scandellari, figlio di Cesare, il luminare scomparso a gennaio che fu ordinario di medicina interna all’Università di Padova.Lì si sono creati rapporti duraturi con professionisti di grande valore, come Emanuele Cozzi, esperto di xenotrapianti, Giuseppe Feltrin, direttore generale del Centro nazionale trapianti, entrambi padovani; con Francesca Rossi, pure di Padova, responsabile a New York dell’unità di etica dell’Ibm; con il geriatra veronese Marco Trabucchi; con Giacomo Zanus, chirurgo veneziano che a Treviso opera i tumori del fegato e delle vie biliari. Nel Nordest ho amici molto cari».

Per esempio?

«Gli amici d’infanzia, come Lino Favaro, padovano, che lavorava in banca e del quale fui testimone di nozze. O come Salvatore Coco, ingegnere informatico colpito dalla sclerosi multipla, che abita al Lido di Venezia, al quale sto vicino nelle tre settimane estive che passo al mare, ospite della parrocchia di Santa Maria Elisabetta. O come l’udinese don Giovanni Del Missier, ora all’Accademia Alfonsiana, a Roma. Ricordo anche i vescovi di origine padovana e il presule attuale di Trieste, Enrico Trevisi, che è stato mio compagno di studi alla Pontificia Università Gregoriana di Roma».

Ci sono luoghi del Nordest che si porta nel cuore?

«Le montagne. La ferrata delle Bocchette Alte nelle Dolomiti di Brenta, le Torri del Vajolet, i campeggi ad Asiago, Carisolo e Transacqua».

Ha lavorato in ospedale?

«Sì, durante il tirocinio nella clinica medica 2 di via Giustiniani. Era una lezione di vita, ogni mattina, fare il giro dei pazienti con i professori Achille Pessina e Paolo Palatini, specialisti nella cura dell’ipertensione. E, in epoca precedente, con Mario Austoni, docente di semeiotica dotato di una rara capacità di approccio al malato. Sono stati i miei mentori».

Ha fatto il medico in corsia?

«D’estate, presso l’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Rubano, che accoglie disabili fisici e intellettivi e anziani con decadimento cognitivo».

Che ricordo ne ha?

«Stupendo. Mi sentivo utile».

Si cura da solo?

«Posso farlo: resto iscritto all’Ordine. Però mi sono sempre rivolto a Daniela Toderini, il medico di famiglia. È in pensione da tre mesi».

La mette in soggezione trattare come presidente della Pavcon due premi Nobel?

«No, per nulla. Katalin Karikó, che con le sue scoperte ha reso possibile lo sviluppo dei vaccini a mRna contro il Covid-19, è una donna squisita, ha l’umanità di chi viene dalla gavetta. Anche Shi-nya Yamanaka, che è riuscito a ricavare cellule staminali pluripotenti da cellule adulte comuni, è molto cordiale. Con loro l’approccio è più da sacerdote che da collega».

Come si entra nell’accademia istituita da Giovanni Paolo II nel 1994?

«Per nomina pontificia. Lo statuto stabilisce che sia aperta anche ai non cattolici e ai non cristiani. Infatti include due ebrei, due greco-ortodossi e un musulmano dell’Università al-Azhar del Cairo, la più prestigiosa dell’islam sunnita. Sono ammessi persino gli atei, purché riconoscano il valore fondamentale della vita umana».

Che cosa le ha chiesto Leone XIV?

«Di seguire in particolare il tema dell’Intelligenza artificiale,sul quale sono impegnati anche altri dicasteri vaticani. Al Santo Padre sta a cuore che ci occupiamo, con l’aiuto degli  scienziati,degli aspetti morali, etici e antropologici di questa rivoluzione».

È così pericolosa?

«È pervasiva. Penetra in tutti gli ambiti della vita delle persone: lavoro, salute, economia, comunicazione. Non riusciamo ancora a comprendere quali sviluppi potrà avere».

Non sa che strada prenderà.

«Esatto. C’è un altro aspetto: quale sarà la governance dell’Ia?Come gestirla, dove farla andare, quando fermarla. In questo momento non c’è un organismo sovranazionale che la controlli. L’Europa si è data una prima regolamentazione e anche l’Italia, da settembre, ha una normativa, poco conosciuta, sull’Intelligenza artificiale, ma si tratta solo di una legge quadro, che richiederà i decreti attuativi. Papa Leone si preoccupa della responsabilità etica dei soggetti coinvolti».

Negli ospedali israeliani il triage al pronto soccorso è stato delegato all’Ia. Il paziente arriva, descrive a una videocamera il suo stato di salute ed essa decide di quali cure ha bisogno.

«In Italia sta influenzando le decisioni in ambito diagnostico,terapeutico e prognostico. Rischia di svuotare il ruolo del medico. Bisogna vigilare affinché negli ospedali si agisca con l’aiuto dell’Ia, non sotto il suo dominio».

Finiti i fondi per il welfare, l’Ia ordinerà di accompagnare gli anziani all’uscita. Decisione orrida ma razionale.

«Mi auguro proprio di no. Gli anziani non sono consumatori di risorse, anzi hanno contribuito a crearle. Dovremo stare attenti a impedire che l’eutanasia possa diventare un metodo per l’alleggerimento dello stato sociale».

Papa Francesco parlava di «cultura dello scarto». I vecchi,secondo la mentalità di oggi, sono del tutto inutili.

«Non solo loro. Anche i disabili e quelli che non riescono a reggere il passo di un mondo accelerato dalle nuove tecnologie.Chi resta indietro diventa un ingombro. Lo stesso i giovani con disagi psicologici e problemi di salute mentale, considerati un peso o un pericolo».

Nel V secolo avanti Cristo il Giuramento di Ippocrate vietava al medico di fornire veleni. Oggi gli vengono sollecitati per il fine vita. Che cosa è cambiato?

«La società. Ma non è cambiato il medico, che agisce sempre per la vita e si ferma solo quando il paziente glielo chiede, anche se non approva la scelta».

Si ferma? Che significa?

«Che rispetta la volontà del malato, però mai lo potrà aiutare con l’eutanasia o con il suicidio assistito».

Il suo confratello don Luigi Maria Verzé progettava di costruire a Lavagno, nel Veronese, un ospedale in cui far vivere le persone fino a 120 anni. Ora stanno studiando come farle morire.

«La medicina aiuta a sconfiggere malattie e cronicità, a offrire risposte sempre più proporzionate al bene complessivo del paziente. Il che postula che siano evitate le forme di accanimento terapeutico, ma anche di abbandono o di eutanasia quando le infermità si aggravano».

La Pav pone l’accento sulla necessità che le cure palliative siano erogate a tutti.

«È un diritto sancito dalla legge 38 del 2010. Alcune regioni sono più avanti di altre nel garantire la terapia del dolore. Qui subentrerebbe un lungo discorso sull’adeguatezza della nostra classe politica».

Ma la sedazione palliativa profonda non è una forma mascherata di eutanasia?

«No, è prevista quando i sintomi risultano refrattari ai comuni trattamenti analgesici. Si fa con ben precisi farmaci e con il consenso del paziente, affinché gli siano risparmiate inutili sofferenze».

Piergiorgio Welby volle morire con la sedazione profonda e la sospensione della ventilazione artificiale. Risultato: la Chiesa gli negò il funerale religioso.

«Qui il confine morale tra lecito e illecito si fa arduo. Vi fu un gesto pubblico che spinse la Chiesa a una scelta altrettanto pubblica. In circostanze diverse il rito religioso è sempre stato concesso. Si riconosce al defunto l’attenuante secondo cui nella sua tragica scelta vi era l’incapacità di uscire da un male oscuro».

Come valuta gli xenotrapianti, cioè il trasferimento di tessuti o di organi dagli animali all’uomo?

«È una strada percorribile. Le esperienze cliniche pilota dimostrano che gli organi dei suini, per esempio, possono fornire funzioni vitali nell’uomo per giorni o settimane. Si tratta di animali geneticamente modificati, per renderli il più possibile compatibili con la specie umana. Ma la Pav continua anche a incoraggiare la donazione degli organi dopo la morte oppure da vivente».

Per esempio, la mamma che dona un rene al figlio?

«Non solo. Anche la donazione samaritana: offrire un rene a uno sconosciuto. Gesto nobilissimo, purché la scelta sia libera e gratuita».

Diminuiscono le nascite: nel 2025 sono state appena 355.000, a fronte di 652.000 decessi. Il calo della fecondità è inesorabile: siamo scesi a 1,14 figli per donna, contro 1,18 nel 2024. L’Italia, con la Spagna, è ultima in Europa.

«Su questa flessione pesano le ragioni economiche, la difficoltà nel trovare un lavoro stabile e una casa, la carenza di servizi per la coppia con prole, oltre a fattori sociali e culturali. Da innu-merevoli studi condotti a livello globale, risulta altresì che la capacità riproduttiva degli uomini è diminuita drasticamente. Nell’ultimo mezzo secolo il conteggio degli spermatozoi si è di-mezzato in tutto il mondo, con un ritmo di declino più che raddoppiato a partire dal 2000».

L’Italia nel secondo dopoguerra era povera eppure faceva figli.

«Investiva sul futuro, che oggi invece scarseggia. La speranza attingeva alla sapienza del mondo contadino, che insegna come all’inverno subentri sempre la primavera. Oggi la società appare decadente, rinunciataria, senza slancio. È cambiata persino la percezione del tempo: è divenuto artificiale».

Si preferisce il sesso a distanza, vissuto sui display degli smartphone.

«Il virtuale fa scappare dal reale. È un’illusione che procura delusione. Al contrario, diventare genitori è vita concreta, non artificiale. Oggi la sessualità si è fatta problematica, ambigua, ha assunto forme edonistiche che talvolta sfociano nella violenza. Scarseggiano l’amore, la positività, la fiducia».

So che lei non è molto tecnologico.

«Lo sono il giusto. Uso Internet, mail e cellulare».

Ma non WhatsApp.

«È pubblico o privato WhatsApp? Ho forse l’obbligo d’installarlo?».

Certo che no.

«Motivo in più per astenermi. Qualora vi fosse una app pubblica, la userei».

Leggo dallo Zingarelli: «Vita, spazio di tempo compreso tra la nascita e la morte». È davvero solo questo?

«No, vita è tutto ciò che possiamo definire dinamismo. Qualcosa che nasce, si sviluppa e, purtroppo, finisce. Ha una base organica, certo. Ma l’uomo non è riducibile a pura biologia. È anche psiche, è anche spirito, è anche biografia. Perché possiede un

corpo e un’anima».

Quando comincia la vita?

«Quando il gamete maschile, lo spermatozoo, feconda l’ovulo femminile. Lì ha inizio una nuova vita umana. Lo zigote che si forma ha un assetto genetico proprio, specifico, individuale, appartenente alla specie Homo sapiens. Nessuno lo mette più in dubbio. I dibattiti nascono quando parliamo di persona. La Chiesa riconosce che la vita merita fin dall’inizio la tutela e il rispetto che sono dovuti a ogni essere umano».

Quindi anche all’embrione.

«Certamente».

Anche all’embrione congelato?

«La Chiesa solleva il problema e dice due cose. Primo: bisogna fare tutto il possibile per evitare il congelamento di embrioni. Secondo: è accettabile un confronto sul loro destino. Il problema critico è ottenere gli embrioni nella fecondazione extracorporea,quella artificiale, in vitro. Per la Chiesa non è lecito».

Su quali altri fronti è impegnata la Pav?

«Sulla terapia genica, per citarne uno. Come gestire questa tecnica, che in tanti casi è risolutiva? Può liberare dalla talassemia,una malattia ereditaria del sangue causata da un difetto genetico.Solo che la terapia ha costi molto elevati. Un altro fronte sono le neuroscienze e le neurotecnologie. Pensiamo di uscire con un documento a fine anno».

Ha sottoscritto le Dat?

«No. Le Disposizioni anticipate di trattamento spesso sono difficili da applicare. Si esprimono da sani, in una situazione diversa da quella futura, e hanno un iter burocratico complicato. Ciò che della legge 219 del 2017 risulta più utile e praticabile è la pianificazione delle cure condivisa con il medico».

Che farebbe se un male incurabile le causasse atroci sofferenze?

«Difficile ragionare con i “se”, bisogna trovarcisi dentro. Ho visto persone che recuperano risorse fisiche e spirituali inaspettate nel momento della prova. Lo stesso spererei per me».

Ma che cos’è per lei la vita?

«Una partita di calcio. Stiamo giocando il primo tempo, che spesso ci lascia insoddisfatti. Io attendo il secondo tempo e i tempi di recupero: nell’aldilà ci permetteranno di realizzare ciò che abbiamo lasciato incompiuto».

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