Gino Gerosa: «Così ho lasciato il bisturi per fare l’assessore alla sanità in Veneto»

Il celebre cardiochirurgo: «La piramide sociale si è capovolta, curerò i più fragili». L’invenzione: «Vennero da me due esperti in impianti hi-fi. Cercavano consulenza medica per un orologio che misurava pressione, glicemia e colesterolo. Tornarono con lo schizzo di un tubo: nell’embrione il cuore ha questa forma»

Stefano LorenzettoStefano Lorenzetto

Sono passati 40 anni, ma il professor Gino Gerosa, cardiochirurgo di fama mondiale che da meno di un mese ha deposto il bisturi per diventare assessore alla Sanità della Regione Veneto, non ha mai dimenticato quella notte del gennaio 1986 in cui era di guardia medica a Fiera di Primiero, uno dei tanti turni accettati per pagarsi la scuola di specialità.

«Telefonò una signora, disperata: sua figlia di 11 anni aveva le convulsioni. Arrivammo con l’ambulanza a Canal San Bovo, raggiungemmo con la barella una baita sperduta nella neve. La piccola aveva preso freddo giocando all’aperto. La portammo a Feltre. Dissi al collega del pronto soccorso: “A me sembra in coma”. “Ma no, è solo una congestione addominale”, replicò lui. Pensai: quanto sono ignorante! La mattina seguente telefonai per sentire come stesse la paziente. Appresi così che da Roma stavano giungendo i cardiochirurghi del professor Benedetto Marino per espiantare il cuore della bambina, morta per emorragia cerebrale: s’era rotto un aneurisma. Da allora ho imparato a diffidare del giudizio altrui».

Gino Gerosa in sala operatoria con le lenti binoculari chirurgiche. Ha eseguito oltre 7.000 interventi
Gino Gerosa in sala operatoria con le lenti binoculari chirurgiche. Ha eseguito oltre 7.000 interventi

Si dipana da quel momento il fil rouge, come lo chiama Gerosa, il filo rosso che ha tenuto insieme la sua vita. «Vent’anni dopo si presentò in ambulatorio una signora: “Queste sono le cartelle cliniche di mio fratello. Vorremmo che fosse lei a operarlo, perché in famiglia siamo già rimasti scottati”. Le chiesi: che cosa è accaduto? “Ho dovuto donare il cuore di mia figlia per il primo trapianto pediatrico”. La fissai negli occhi: ma lei è la mamma che in una notte del 1986 fu raggiunta a Canal San Bovo da un giovane medico? “Sì, sono io”. Ero quel dottore. Ecco che cos’è il fil rouge».

Gerosa premiato da Sergio Mattarellae dal ministro Orazio Schillaci
Gerosa premiato da Sergio Mattarellae dal ministro Orazio Schillaci

È lo stesso filo rosso che nel 2025 ha legato la medaglia d’oro al merito della Sanità pubblica, consegnatagli ad aprile dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla nomina a sorpresa con cui il nuovo governatore del Veneto, Alberto Stefani, a dicembre lo ha voluto ai vertici del settore in Regione. «Per assumere questo incarico ho dovuto rinunciare alla sala operatoria e alla cattedra universitaria. Lasciare i miei pazienti e i miei studenti è stato un sacrificio enorme». Quelle che non ha abbandonato sono le abitudini da chirurgo: ogni mattina prima delle 7 parte da Padova e alle 7.30 è già a Venezia, fra i pochi che entrano a Palazzo Balbi a quell’ora.

Il fil rouge ha fatto sì che Gerosa finisse alla Scuola militare della Nunziatella a Napoli, al posto del fratello Carlo, generale dei carabinieri oggi in pensione. Il fil rouge ha voluto che andasse perduta la sua domanda di ammissione all’Accademia militare di sanità interforze. Il fil rouge lo ha portato per sbaglio a Verona, nell’aula del Policlinico dove si teneva l’ultima lezione per gli studenti al sesto anno della facoltà di medicina che dovevano scegliere la scuola di specialità, scoprendo così la cardiochirurgia e incontrando il suo mentore, Dino Casarotto, padovano di Curtarolo. Il fil rouge lo ha salvato dal naufragio in cui persero la vita un suo carissimo amico cardiochirurgo e la figlia di questi, sbattuti con la loro barca contro i frangiflutti del porto di Rimini dal mare in burrasca.

Gerosa, 68 anni, ex presidente della Società italiana di chirurgia cardiaca e del Collegio dei professori ordinari di cardiochirurgia, materia che fino a pochi giorni fa insegnava all’Università di Padova, ha chiuso la carriera con oltre 7.000 interventi all’attivo. È l’unico al mondo ad aver impiantato un cuore fermo da 20 minuti. Nell’Azienda ospedaliera ha diretto per 22 anni l’unità operativa intitolata a Vincenzo Gallucci, che qui nel 1985 eseguì il primo trapianto cardiaco in Italia. Gerosa – originario di Rovereto, una ex moglie inglese di nome Janine e tre figli, Edoardo, Carlo Andrea e Filippo Alberto, tutti laureati nel Regno Unito – è cresciuto al National heart hospital di Londra, alla scuola di Donald Ross, il sudafricano di famiglia scozzese che inserì i primi quattro bypass nel petto di Enzo Biagi e che contendeva al compagno di studi Christiaan Barnard il titolo di campione dei trapianti di cuore.

 

David Ross, maestro di Gerosa
David Ross, maestro di Gerosa

Perché lasciò Casarotto?

«Volevo perfezionare la mia tecnica operatoria. Perciò emigrai a Londra. Ebbi il privilegio di vedere Ross bisticciare con Barnard persino al momento di autografarmi un dépliant. Ross mise la firma sopra quella del collega sudafricano che nel 1967 aveva impiantato per primo un cuore nuovo nel petto di un uomo. Barnard cerchiò la propria, riportandola con una freccia nella posizione superiore. Tornato in Italia, introdussi una modifica al cosiddetto “intervento di Ross”. Il maestro, anziché offendersi, dichiarò: “Mi riempie di gioia che l’abbia ideata uno dei miei più brillanti allievi”. Poi il fil rouge mi portò a prendere il posto di Casarotto a Padova, quando venne a galla il drammatico problema delle valvole cardiache difettose. Nessuno voleva succedergli, perché si sapeva che c’erano da rioperare tutti i pazienti sui quali aveva innestato valvole aortiche e mitraliche malfunzionanti».

Chi l’ha cercata per offrirle l’assessorato alla Sanità?

«Il presidente Stefani. Non l’avevo mai incontrato prima. Mi ha spiegato che cercava un tecnico portato all’innovazione e con un’esperienza importante all’interno del sistema sanitario pubblico».

Circola la voce che il benestare alla sua nomina sia venuto da Giorgia Meloni in persona.

«Lo apprendo da lei. Non conosco neppure il presidente del Consiglio».

Avrà ben rammendato il cuore a qualche politico.

«Mi faccia fare mente locale». (Ci pensa). «No, non me ne sovviene neanche uno, a parte un sindaco del Veronese».

Si è consultato con qualcuno prima di accettare l’incarico?

«A che sarebbe servito? Ognuno mi avrebbe detto tutto e il contrario di tutto, ma queste sono scelte che ricadono solo sulle tue spalle».

Da primario che cosa avrebbe voluto chiedere all’assessore regionale alla Sanità?

«Ho sempre chiesto, a partire da Flavio Tosi fino ai suoi successori Luca Coletto e Manuela Lanzarin».

Che cosa?

«Un centro unico di cardiochirurgia regionale. Il decreto ministeriale numero 70 del 2015, che definisce gli standard per l’assistenza ospedaliera nel Servizio sanitario nazionale, prevede circa 800 interventi per milione di abitanti. Nel Veneto la proporzione è perfetta: 5 milioni di abitanti, 5 centri di cardiochirurgia. Ma un centro d’eccellenza richiede sale operatorie ibride e le attrezzature tecnologiche evolvono a una velocità tale per cui mantenere al passo 5 strutture diverse diventa economicamente insostenibile, mentre una sola si può aggiornare quasi in tempo reale, a beneficio del paziente».

Credevo che avesse chiesto agli assessori finanziamenti per il suo cuore bionico.

«I 20.000 euro per brevettarlo nella Ue li sborsammo io e altri ricercatori. Feci il giro di fondazioni bancarie, industrie farmaceutiche, imprenditori, raccogliendo solo tante pacche sulle spalle. Ne parlai anche con l’allora premier Mario Draghi. “Interessante, interessante”, commentò. Più saputo nulla».

Quindi non si farà?

«Tutt’altro. Abbiamo finalmente trovato gli investitori. Il progetto procede al galoppo. L’unico cuore non umano attualmente disponibile, il Cardiowest, concepito dopo la Seconda guerra mondiale negli Stati Uniti dall’olandese che ideò il rene artificiale, condanna il malato che lo riceve a un’esistenza davvero tribolata».

Per quale motivo?

«Anziché battere, soffia. Quindi ha bisogno di un compressore esterno molto rumoroso, del peso di 7 chili. Inoltre le quattro valvole meccaniche comportano per il resto della vita una terapia anticoagulante molto pesante. Nel 2007 fui il primo in Italia a eseguire l’impianto di un organo artificiale su un paziente di 54 anni, che poi nel 2011 poté ricevere il cuore da un donatore. Si tratta di un dirigente d’azienda di Jesolo, tuttora vivo».

È davvero indispensabile produrre il cuore bionico?

«Sì, perché i casi di morte cerebrale post traumatica per incidenti stradali sono in drammatico calo, grazie a Dio, soprattutto dopo l’introduzione della legge sul casco obbligatorio. Quindi scarseggiano i cuori di ricambio da donatori».

Da quanto tempo lavora a questo progetto?

«Dal 1988, quando facevo training da Ross a Londra. Ma la svolta fu nel 2007. Vennero da me due esperti in impianti hi-fi, Tiziano Perlato e Felice Mantovani, abitanti a Tregnago, nel Veronese. Cercavano un consulente medico per un orologio da polso di loro invenzione, che misurava pressione, indice glicemico e colesterolo. Obiettai che non ero la persona giusta. Non so come, il discorso finì sul cuore bionico che avevo cominciato a immaginare. Trascorso qualche mese, Perlato e Mantovani tornarono nel mio studio con il disegno di un tubo. Era il loro modo di contribuire alla mia idea. Scusate, mica posso piazzare questo aggeggio nel torace di un uomo, li delusi. Allora i due modificarono lo schizzo e a quel punto mi vennero i brividi, perché nell’embrione il cuore comincia proprio a forma di tubo e, dopo varie flessioni e rotazioni, assume le quattro camere cardiache e i vasi aortopolmonari. In pratica avevano schizzato l’anticipazione dell’attuatore, il meccanismo fondamentale del cuore bionico».

Tuttavia il cuore artificiale dura poco, mi pare.

«Un’auto che marciasse alla velocità costante di 100 chilometri orari dopo sei mesi avrebbe percorso 432.000 chilometri e sarebbe da buttar via. Ebbene, un cuore pulsa 70 volte al minuto, circa 100.000 volte al giorno, 3 miliardi di battiti nella vita media. Una durata superiore ai cinque anni per quello bionico sarebbe un successo, anche perché poi si potrebbe sempre applicarne un altro».

Pensa che un giorno si arriverà a stampare i cuori di ricambio?

«Lo spero. Ho incontrato Roberto Rizzo, presidente della Solid World di Treviso, che ha iniziato a produrre una stampante capace di sfornare cellule, tessuti e organi del corpo umano tridimensionali. Lei ha visto L’incredibile storia dell’Isola delle Rose?».

Il film che narra la vicenda della piattaforma artificiale creata nel mar Adriatico dall’ingegnere Giorgio Rosa, diventata nazione nel 1968 e demolita nel 1969.

«Allora saprà che chi sogna di giorno vede cose che chi sogna soltanto di notte non riesce neppure a immaginare».

Non le tremano i polsi sapendo che dovrà gestire il 75 per cento del bilancio regionale?

«Credo che la spesa sanitaria arrivi all’81 per cento, cioè 12,5 miliardi di euro. Quindi sì, certo che mi tremano».

Qual è la prima emergenza di cui dovrà occuparsi?

«Nelle graduatorie nazionali il Veneto svetta. Tutto si può migliorare, a cominciare dalle liste di attesa e dalla presa in carico dei pazienti. L’Ocse attesta che un sistema sanitario universalistico non è sostenibile con la sola fiscalità. Nello stesso tempo bisogna ricordare che l’articolo 32 della Costituzione garantisce la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Perciò dobbiamo reingegnerizzare l’organizzazione del sistema sanitario regionale».

Vale a dire?

«Noi ragioniamo ancora con categorie che fanno riferimento a una piramide sociale costituita da quattro figli, due genitori e un nonno. Oggi questa piramide sociale si è completamente capovolta: abbiamo un figlio, due genitori e quattro nonni. Una volta ho parlato di ospedale liquido, che non c’entra nulla con la società liquida teorizzata dal sociologo Zygmunt Bauman. La mia uscita ha fatto scalpore. Intendevo dire che prendersi cura dei fragili sarà il vero tema. L’8 per cento dei veneti oggi ha più di 80 anni, ma fra meno di un decennio da 353.000 diventeranno quasi 450.000».

E quindi?

«Dobbiamo sviluppare una sanità di prossimità per i più deboli, con le case di comunità, e pensare a ospedali iperspecialistici dove concentrare le competenze e la tecnologia, un po’ come avviene nel nuovo ospedale pediatrico Salus Pueri di Padova. Pochi giorni fa ero a Rovigo per il giuramento dei giovani medici e la consegna del caduceo d’oro ai camici bianchi con 50 anni di anzianità. Una giornalista mi ha chiesto che cosa pensassi della chiusura del punto nascita di Porto Viro. Ho replicato: le risponderò come se fossi il bambino Gino Gerosa che deve venire al mondo; vorrei nascere in un centro d’eccellenza dotato di terapia intensiva neonatale».

Avrei detto la stessa cosa.

«I pochi bambini che nascono in questo inverno demografico sono più sani rispetto al passato. Quando però sono molto malati, hanno bisogno di competenze a 360 gradi che solo un ospedale pediatrico all’avanguardia può garantire».

Di recente ha presentato la Charta di Padova sulla salute d’insieme.

«Scomodando una lingua desueta, l’ho chiamata “In universum salus”. Acronimo: Ius. Che in latino significa “diritto”. È nato così il Gruppo Ius articolo 32, riferito a quello della Costituzione che ho citato. Alla stesura della Charta ha collaborato il padovano Renzo Pegoraro, medico e sacerdote, nominato da Leone XIV presidente della Pontificia accademia per la vita. È rivolta a giovani, genitori, medici, pediatri, educatori, affinché promuovano la correzione dei fattori di rischio modificabili che portano alle malattie croniche: inattività fisica, alimentazione inadeguata, fumo, alcol, sedentarietà, sovrappeso ed eccessivo screen-time, cioè il tempo trascorso guardando gli schermi di smartphone, social network, tv, videogame, la principale patologia del nostro tempo».

Ha coinvolto anche la Confindustria.

«I cardini degli imprenditori si riassumono nella sigla Esg: environmental, social, governance, cioè ambiente, sociale, governo societario. Abbiamo chiesto di portare la prevenzione all’interno delle aziende. Ho suggerito di aggiugere a Esg una quarta lettera, la “h” di health, salute».

Che cosa provava quando teneva fra le mani un cuore battente?

«Un’enorme responsabilità, perché sapevo di poter causare la morte del paziente».

Alla fine ha capito perché il cuore è ritenuto la sede dei sentimenti e del coraggio?

«Le ripeto le parole che mi disse il padre di Francesco Busnello, il ragazzo di Treviso morto cadendo dal motorino, che consentì di salvare Ilario Lazzari, il falegname veneziano di Vigonovo che nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1985, all’ospedale di Padova, fu il primo italiano a ricevere un cuore nuovo: “Sa, professore, incontrando il trapiantato, ero sicuro di cogliere qualcosa di mio figlio. Invece in lui non c’era nulla che mi ricordasse Francesco”. Lì ho avuto la certezza che l’individualità di una persona risiede nel cervello, non nel cuore. Nonostante di recente sia stato dimostrato che nel cuore è presente un cervello secondario».

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