Dal primo voto delle donne alla crisi della partecipazione: cosa resta della spinta del 1946

Ottant’anni dopo il referendum che portò le italiane alle urne per la prima volta, la politologa Laura Polverari riflette su diritti conquistati, rappresentanza femminile e disaffezione politica: «Il gender gap è ancora culturale»

Laura Polverari insegna scienza politica al dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Padova
Laura Polverari insegna scienza politica al dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Padova

Era il 2 giugno 1946, la data tanto attesa.

Olga si vestì di tutto punto, un veloce sguardo allo specchio e se ne uscì di casa per andare al seggio a esercitare un diritto: quello di votare. Sulla scheda tracciò una croce a fianco del simbolo della Repubblica e il presidente di turno pronunciò la frase di rito: “La signora Maria Olga [...] ha votato". Nell’Italia, ancora molto confessionale, il prete era stato irremovibile: “Non si può chiamare Olga: non c’è una santa con quel nome”. E così registrandola nel librone dei nuovi nati aggiunse Maria.

La giovane Olga votò per la Repubblica nel 1946
La giovane Olga votò per la Repubblica nel 1946

Olga che visse 102 anni ricordava perfettamente il giorno del voto.

«Era molto cattolica e tradizionalista», la racconta con affetto la nipote Laura Polverari, «Ma quel giorno la spingeva al seggio quella voglia forte di poter dire la propria. Così come tutte le donne della sua epoca».

Uscite dal ventennio del machismo fascista, sopravvissute a quella che, nei fatti, fu una guerra civile, conquistata con il sangue la liberazione e ottenuto grazie anche alla loro determinazione il suffragio universale, erano consapevoli del valore di quella croce su una scheda elettorale.

La scheda elettorale del 2 giugno 1946 (dal sito della Camera dei Deputati)
La scheda elettorale del 2 giugno 1946 (dal sito della Camera dei Deputati)

E oggi 80 anni dopo cosa è rimasto di quello spirito? Com’è maturato o meglio com’è evoluto quel diritto di esprimere nel voto la propria idea di bene pubblico?

Ne parliamo con la nipote di Olga.

Laura Polverari, politologa, è professoressa associata di scienza politica al dipartimento di Scienze Politiche Giuridiche e Studi Internazionali dell'Università di Padova, dove è anche direttrice dell'Osservatorio sulle capacità istituzionali e amministrative #Capis.

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il 2 giugno racconta ancora il presente del Paese. Lo facciamo con uno sguardo al femminile, tra testimonianze, storie, ricerche storiche e dati.

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Cosa significava nel 1946 per le donne votare?

«Rappresentava la possibilità di far sentire la propria voce, di partecipare finalmente alla formazione delle decisioni a cui è chiamata la politica nel cercare risposte a problemi di natura collettiva. Il voto e poi l’elezione stessa delle donne negli organi rappresentativi consentivano – e consentono - di portare il femminile, in senso ampio, nel dibattito, nel confronto e poi nella sintesi finale. Le madri costituenti erano solo 21, meno del 4 per cento dell’intera assemblea, ma la loro presenza è stata concreta e ancora leggibile nella nostra Carta, nei valori che difende e che pone alla base del vivere comunitario».

Il diritto “formale” di voto come si traduce nel potere reale riconosciuto alle donne?

«Non vi è ancora piena corrispondenza. C’è ancora un gender gap, prima di tutto culturale, da abbattere. Sì, le donne votano, abbiamo una premier donna: Giorgia Meloni (che però si fa chiamare al maschile); sono donne la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, quella della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, quella della Bce, Christine Lagarde… Ma siamo davvero sicuri che il loro fare politica sia espressione di un modo diverso di interpretare la realtà? Non è, piuttosto, anche il loro, un approccio dovutamente securitario al problema della violenza di genere, ad esempio, nel quale prevale la repressione sulla prevenzione, sull’investimento educativo, … in un clima di generale populismo? Anche le donne spesso giudicano le altre donne usando parametri maschili, pure nel linguaggio: “una donna con le palle” è una delle espressioni più ricorrenti, come se avere le palle, e cioè essere uomo, sia per definizione sinonimo di forza, autorevolezza. Dal 2022 registriamo un calo reale di presenza femminile nelle istituzioni elettive. Un dato su cui riflettere».

Perché? Le donne non votano le donne? O forse non votano proprio?

«Il problema, forse, è un altro. Certo l’astensionismo è una realtà con cui dobbiamo fare i conti, ma vale anche per gli uomini. La disaffezione alle urne è generale. Sulle donne, votanti e possibili candidate, pesano gli incarichi che le vedono dividersi tra cura e lavoro, tra famiglia, casa e professione. Nella necessità di far convivere tutto siede la rinuncia all’attività politica. Lo ribadisco: il problema è culturale e lo dovremmo affrontare insieme, uomini e donne».

In questi ottant’anni il voto delle donne si è rivelato fondamentale nella battaglie per i diritti civili. Penso ai referendum: quello sull’aborto del 1974 e quello sul divorzio del 1981. Dov’è finita questa spinta? Si è esaurita?

«Quelli erano gli anni della grande mobilitazione femminile. Si era attivata dal basso, sostenuta da movimenti giovanili forti, sorretti da una consapevolezza diffusa del bene comune. Erano donne in prima linea come le loro madri, decise a difendere diritti conquistati a fatica. Ma il movimento femminista di quegli anni è rimasto autoreferenziale, non ha saputo trasmettersi a chi è venuto dopo. Oggi ai figli, ai nipoti di quelle donne diventate madri, nonne, non è arrivata la consapevolezza che i diritti tutti, non solo il diritto di voto, vanno difesi anche dopo essere stati conquistati, perché possono rimanere diritti solo sulla carta (pensiamo al diritto all’aborto che in molte regioni italiane non è un diritto effettivo) o si può tornare indietro».

Così, ottant’anni dopo, il voto delle donne resta una conquista da difendere, non automatismo acquisito.

 

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