La violenza sulle donne è ancora un fatto di genere: il risultati del nostro sondaggio

Sensazioni, cause, conoscenza: il sesso influenza l’idea che abbiamo del tema. I dati della rilevazione promossa da gruppo Nem e Università di Padova

Edoardo Di Salvo

La violenza sulle donne è ancora un fatto di genere. Le donne sono più arrabbiate, “vivono” il tema da più vicino, avvertono il pericolo in modo più netto. È quanto emerge dal sondaggio sulla percezione della violenza di genere che vi abbiamo proposto lo scorso 25 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova. E i risultati, come anticipato, mostrano che tra donne e uomini esistono ancora importanti differenze nel modo di rapportarsi al tema.

Chi ha risposto

Le divergenze tra i generi si vedono innanzitutto dalla popolazione dei partecipanti al sondaggio. Quest’ultimo ha, in generale, riscontrato molto interesse, ma ben il 76% delle quasi 1500 persone che hanno risposto a tutte le domande è di sesso femminile, contro un 24% di maschi.

Va detto, inoltre, che la violenza di genere sembra continuare ad essere un ambito che non interessa la società in modo trasversale. Più di un rispondente su due, infatti, ha dichiarato di possedere un diploma di laurea o post lauream, in un’area, come quella del Nord Italia, dopo la percentuale di laureati supera di poco il 23%. 

La conoscenza

La violenza di genere è una realtà con cui in tanti hanno a che fare nel loro quotidiano. Una sensazione confermata dai dati. Più dell’80% dei lettori dei quotidiani Nem, infatti, dichiara di aver visto da vicino almeno una forma di violenza (87,3% di donne e 62,7% di uomini). 

Tuttavia, anche in questo caso esiste un divario di genere costante e marcato: le donne dichiarano di aver visto da vicino tutte le forme di violenza in percentuali sistematicamente più alte degli uomini, spesso intorno ai 20-25 punti percentuali. Questo dato è particolarmente evidente per la violenza sessuale (differenza di 19 punti) e la violenza economica (differenza di 21 punti).

Le percezioni

Guardando ai risultati, come si accennava, il dato che emerge con più forza è la paura personale avvertita dalle donne. Questa è la prima reazione che quasi il 7% di loro prova nel momento in cui apprende di un nuovo femminicidio. Impotenza, timore, frustrazione: questo le donne provare quando una di loro viene uccisa per il fatto di essere donna.

Sensazione, quella della paura, che sembra riguardare gli uomini in percentuali molto minori (0,6%). A ciò si accompagna il senso di impotenza e di frustrazione che accompagna le donne quando vengono a sapere che una di loro è stata uccisa, in una forma molto più intensa rispetto agli uomini.

Le cause

Anche sulle cause si conferma un elevato divario tra le percezioni femminili e quelle maschili. Rispondendo alla domanda “Secondo te, da 1 a 10, quali tra i seguenti aspetti alimentano la violenza sulle donne”, le divergenze tra le opinioni sono notevoli.

I tre aspetti che emergono come principali motori culturali del fenomeno sono, soprattutto per le donne, l’ideale di mascolinità tossica, il dovere di sacrificio femminile e le voci sulle vittime “complici”.

Le opinioni divergono in base al genere in modo particolare su cause quali quella secondo cui “Molti pensano che essere uomo significhi controllare e dominare tutto ciò che lo circonda”. Ben il 68% delle donne ha risposto maggiore o uguale a 6 a questa affermazione, mentre fra gli uomini questa percentuale si ferma al 41%.

Le soluzioni

C’è ancora fiducia, tuttavia, che si possano cambiare le cose. Un segnale di ottimismo arriva dalle risposte alla domanda “Come ridurre la violenza di genere”: meno di un lettore su cento, infatti, pensa che non si possa fare niente. 

È interessante notare come questa rassegnazione venga espressa dal 2,5% degli uomini contro lo 0,2% delle donne. Le donne, pur essendo le principali vittime del fenomeno, mantengono una fiducia significativamente maggiore nella possibilità di agire.

Quanto alle possibili soluzioni, la risposta prioritaria scelta dai rispondenti è "Fare corsi nelle scuole di educazione all'affettività" (41,4% del totale). Questo dato sembra indicare una chiara consapevolezza della necessità di un intervento preventivo, culturale e strutturale, piuttosto che di sole misure di emergenza.

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Ecco il report dell’Università di Padova con tutti i risultati

 

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