Vera Gheno: «La violenza di genere passa per le parole, e gli uomini non hanno coscienza di sé»

La linguista e saggista commenta i risultati del sondaggio promosso dal gruppo Nem e Università di Padova. «Va fatto un grande lavoro culturale. I media digitali si nutrono di odio

Federico Murzio
La sociolinguista Vera Gheno
La sociolinguista Vera Gheno

Vera Gheno si occupa di linguaggio nelle sue mille sfaccettature che toccano anche inclusività ed esclusività. E la violenza di genere transita anche da lì, dalla circostanza che le parole non solo hanno un valore ma hanno anche un significato.

L’indagine dice che solo una minima parte degli uomini percepisce la violenza di genere come “potere, controllo, possesso” sulle donne, individuandola prevalentemente come un “qualcosa” di fisico. Qual è il passo in più che non è stato ancora compiuto o cos’è che non è ancora stato compreso?

«Le persone che non hanno mai subito certi tipi di comportamenti sistemici che discriminano fanno fatica a capire che la violenza non è solo mollare un ceffone, ma è anche mettere in dubbio un titolo professionale, le competenze, l’intelligenza, l’autonomia, la capacità di autodeterminarsi».

La violenza sulle donne è ancora un fatto di genere: il risultato del nostro sondaggio
La redazione

Cosa fare dunque?

«Va fatto un grande lavoro culturale, va sempre fatto notare per esempio che anche quelle apparentemente non violente o in alcuni casi gentili sono parole hanno a che fare con la violenza di genere. Faccio un esempio vecchio come il mondo ma sempre attuale. In un’azienda chiamare “ragazze” le impiegate del settore contabilità. Può sembrare anche una cosa gentile ma è un’infantilizzazione e una negazione delle capacità e delle competenze di quelle donne».

Quanto il linguaggio è importante non solo nelle relazioni uomo-donna ma anche all’interno della vita di coppia?

«Il linguaggio è essenziale in tutti i tipi di relazione. La parte più intima e potente di qualsiasi relazione si costruisce con le parole. Ma la cosa più importante è dirle le cose e non tenerle dentro per paura che siano fraintese. Sul fraintendimento si può lavorare, sulla mancanza di parole molto meno. Sono più gli uomini che hanno difficoltà a parlare di ciò che li angustia, che li fa star male, di relazionarsi con il proprio Io. Non è certamente una questione biologica ma legata a fattori culturali ed educativi. L’uomo di successo, secondo i cliché, non piange, non riflette su ciò che lo preoccupa, quando in realtà dovrebbe. Tanto quanto una donna naturalmente».

Il che ci porta a questo: alla notizia di un nuovo femminicidio una percentuale delle donne intervistate ammette di avere “paura personale”.

«Le offro questa riflessione. Gli uomini hanno un problema: molto spesso non hanno coscienza di genere, cioè non si identificano in un genere. Quando si parla di studi di genere si parla di genere femminile. Come se il genere femminile fosse uno scarto rispetto alla normalità, alla basicità, alla centralità del genere maschile. Noi donne siamo costrette dagli eventi a essere due cose in contemporanea, individui e parte della collettività. L’uomo, per il fatto di essere considerato genere base, non ha mai avuto bisogno di un percorso di consapevolezza di genere. Ecco che di fronte ad affermazioni che parlano di violenza sistemica molto spesso gli uomini alzano barriere. Ma gli uomini devono riconoscere che condividono le basi di una cultura che parte da pregiudizi apparentemente innocui ma che in alcune persone ciò possono portare alla violenza».

Così si arriva ai modelli proposti e veicolati dagli algoritmi sui social che sembrano andare in direzione contraria rispetto alle anti-violenza. È un fallimento dei sistemi e degli attori educativi?

«La comunicazione pubblica e digitale si nutre di odio. Il problema educativo c’è ma non è determinante. Ma è il modello di comunicazione che dobbiamo conoscere e riconoscere come un sistema che capitalizza l’odio. C’è anche un problema di riconoscimento della manipolazione. L’odio, la violenza, il litigio pagano in termini di engagement. Dobbiamo svincolarci da questa coazione alla violenza che è tipica di questi mezzi di comunicazione». 

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Il report completo dell’Università di Padova

 

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