Mariti violenti e una vita di silenzi: le storie delle donne che chiedono aiuto dopo i 65 anni

Il report “Si-cura” del Centro veneto progetti donna analizza le storie di 117 donne che sono entrate in contatto con la rete dei Cav. L’operatrice: «La loro richiesta è di essere ascoltate, di essere credute. Non sempre chiedono di accedere a servizi o spazi che eliminerebbero il problema»

Sofia Pegoraro

«Pensavo che non succedesse così spesso nelle famiglie, pensavo di essere io quella sbagliata».

«Mi ha detto che se non avessi ritirato ogni querela e testimonianza contro suo padre non avrei mai più rivisto i miei nipoti».

«Non ho mai parlato, mi vergognavo».

«Nonostante fossi sicura della mia scelta ero disorientata».

A parlare sono quattro donne diverse. In comune hanno due cose: sono tutte over-65 e si sono rivolte, chi prima chi dopo, al Centro veneto Progetti Donna. La rete di centro antiviolenza (Cav) è attiva a Padova dal 1990.

Oltre al lavoro di supporto e accoglienza svolge attività di ricerca e raccolta dati. Il report “Si-cura” analizza il fenomeno della violenza maschile sulle donne anziane. Per farlo hanno monitorato gli accessi al Cav dal 2017 al 2019 di donne con età superiore ai 65 anni.

I dati

Le donne che in quegli anni si sono rivolte al centro sono 117, il 97% sono italiane. La maggior parte coniugate (il 74%). Ed è il marito il primo responsabile, nel 66% dei casi.

Le vite di queste donne spesso comprendono dei figli: questo vale per il 91% delle donne coinvolte. Guardando all’indipendenza economica il quadro si spacca in due: il 56% dichiara di essere autonoma, il 44% di dipendere dagli altri. Solo 1 donna su 5 denuncia l’uomo maltrattante alla polizia.

Conosciamo le loro storie per il ponte che hanno deciso di creare con la rete dei Cav. Il primo contatto avviene nella maggior parte dei casi chiamando direttamente il numero verde (1522, sempre attivo 24 ore su 24).

L'edificio che ospita la sede del Centro veneto Progetti donna a Padova
L'edificio che ospita la sede del Centro veneto Progetti donna a Padova

Nessun passaparola, nessun accesso online. La portata del fenomeno resta comunque sottostimata e difficile da individuare. Non è semplice separare il genere negli episodi di violenza nella fascia più anziana della popolazione. Poi, la categoria è molto ampia. Avere 70 o 85 anni non è la stessa cosa, esigenze e caratteristiche cambiano.

Con l’età non cambia niente, ma cambia tutto

Resta il fatto che la violenza maschile contro le donne non fa sconti d’età. Gli abusi psicologici ed economici rimangono. Come l’essere spesso legata sentimentalmente alla persona violenta. C’è un fattore unico però nel fenomeno che riguarda le over-65: la progressiva perdita di autonomia.

Lo racconta Eleonora Lozzi, operatrice del Centro veneto Progetti Donna: «Con l’aumento dell’età si hanno minori strumenti per autodeterminarsi, si è cresciute per tutta la vita con stereotipi di genere e divari presenti, spesso giustificati, e tutelati dalla legge dello Stato».

La violenza acquisisce le forme più varie. «Si perde inevitabilmente indipendenza a quell’età», sottolinea Lozzi. «Ricevere una pensione più bassa incide sulle risorse di cui dispone una donna». Secondo l’Inps, quelle degli uomini sono più alte del 30 per cento.

Questa fascia di donne deve reagire a una violenza stratificata, che spesso va avanti da anni e colpisce vite complesse e costruite, magari con figli e nipoti. È spesso il loro ruolo quello più delicato e complesso.

«C’è chi è nato in contesti in cui la violenza è sempre stata presente, figli e figlie che magari l’hanno subita sulla propria pelle. C’è chi sviluppa rabbia nei confronti della madre per non essersene andata». La vittimizzazione secondaria, l’accusa per non aver reagito, diventa anche una porta che si chiude: «Ci sono figli che, una volta lasciata la famiglia di origine, non vogliono più saperne niente».

A volte si crea un circolo vizioso da cui, anche i figli, faticano a vedere vie d’uscita: «Alcuni sentono di non poter aiutare la madre perché un suo allontanamento significherebbe farsi carico del padre, che magari è stato violento anche con i figli».

Gli esempi positivi ci sono. C’è chi riesce a spezzare una spirale di violenza intergenerazionale. Spesso ci riesce chi ha potuto vivere e sperimentare modelli relazionali diversi. Così intervengono: aiutando la madre, spesso ospitandola per permettere di allontanarsi dall’uomo maltrattante.

L’antidoto

Nominare la violenza, cancellare la vergogna, portarla nel dibattito pubblico. Anche questo serve per uscirne. L’altro fronte da combattere è l’isolamento sociale, sottolinea Lozzi: «Dobbiamo costruire luoghi sicuri, dove la violenza subita non diventa uno stigma».

Questa porzione di donne dopo il pensionamento spesso perde anche i contatti costruiti quando era nel mondo del lavoro. È lì che il problema si amplifica e gli strumenti per uscire dalla violenza si dimezzano.

«La loro richiesta» sottolinea Lozzi «è di essere ascoltate, di essere credute. Non sempre chiedono di accedere a servizi o spazi che eliminerebbero il problema». La risposta non sta sempre nelle case rifugio. A volte togliere queste persone dal contesto abitativo e sociale che hanno costruito e vissuto per una vita potrebbe essere più dannoso. A volte basta parlare, ed essere credute.

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