Tra pregiudizi e soddisfazioni: il 2 giugno 1946 nei ricordi di cinque donne

Le storie delle donne che votarono per la prima volta nel 1946: dai confronti in famiglia alle emozioni, fino allo stigma e le difficoltà incontrate al seggio. La votazione fu un’occasione per confrontarsi in famiglia e lasciarsi alle spalle, una volta per tutte, le sofferenze della Seconda guerra mondiale

Lorenzo Borghero, Rubina Bon
I ritratti delle quattro intervistate. Da sinistra verso destra: Emma Mattiuzzo, Bruna Cloblizch, Elena Carlet e Giulia Pazzogna
I ritratti delle quattro intervistate. Da sinistra verso destra: Emma Mattiuzzo, Bruna Cloblizch, Elena Carlet e Giulia Pazzogna

«Fu un’avventura straordinaria». Gli occhi di Elena Carlet, 97 anni, si illuminano quando ricorda il primo voto delle donne in Italia. Eppure Elena, quel 2 giugno nemmeno votò, aveva appena 17 anni. Andò comunque con sua mamma ai seggi. «Lei era rimasta vedova da poco, perciò aveva poca voglia di andare», ma non rinunciò «perché in quanto donna si sentiva come se avesse ricevuto un regalo».

Elena, padovana d’adozione, vive alla Residenza Configliachi di Padova e ha passato i primi 32 anni della sua vita a Belluno. Al seggio, racconta, le donne «erano moltissime e io ero emozionata, ho ricordi bellissimi di quella giornata». E il contributo delle donne, secondo Elena, fu decisivo: «Nel borgo in cui vivevo, gli uomini - anche i più gentili - dicevano stronzate. Studiavano poco: erano meno dotati delle donne» e pertanto giudicavano negativamente il nuovo diritto acquisito. Anzi, aggiunge: «secondo me senza le donne non avrebbe vinto la Repubblica».

"Un'avventura straordinaria": il primo voto delle donne, raccontato da tre di loro

Contribuì alla voglia di cambiamento anche «il fatto che noi ci sentissimo per un certo verso sfruttate dalla vita familiare, perché non avevamo nessun diritto, l’uomo decideva e comandava. Le donne, invece, dovevano obbedire. Penso che si ribellarono per questo».

Il desiderio di un cambiamento radicale lo racconta anche Bruna Cloblizch, 102enne che ha sempre vissuto a Padova, dall’infanzia a oggi. In città ha partecipato anche al raduno dei centenari organizzato nel 2024 dal Club Over 100.

Votò per la prima volta nel 1946. «Mi sembrava una cosa grande, una novità assoluta». Spiega così la sua decisione: «Volevamo mandare via il re», troppo legato alla «maledetta guerra». In generale, però, «ti guardavano male. Le donne che votavano non erano ben viste, ma per me è sempre stata importante la politica».

Lei, all’epoca, aveva compiuto da poco 22 anni e aveva già due dei suoi cinque figli. Quando raggiunse il seggio, in un primo momento, non la fecero votare: c’erano alcuni problemi con i documenti. «Ma poi mi richiamarono, all’epoca la gente era diffidente. Con il mio cognome poi, Cloblizch, facevo fatica. E pensare che io non sono mai riuscita a scoprire di che origine sia».

Emma Mattiuzzo, 102enne che ha sempre vissuto a Silea, in provincia di Treviso, associa il voto alla famiglia: «Quando andai a votare insieme a mio marito Gino a Cendon (frazione di Silea ndr), mia mamma era bidella lì». Il voto, come la fine della guerra, fu un nuovo inizio: nel giro di quattro anni si sposò e nacquero i suoi due figli di cui uno, Renato, morto a fine 2025.

Emma Mattiuzzo con il marito Gino Scomparin
Emma Mattiuzzo con il marito Gino Scomparin

Da quel giugno di 80 anni fa non ha mai smesso di andare a votare e l’ultima occasione è stata davvero speciale, perché alle amministrative ha potuto votare per la nipote Lidia. «Mi hanno accompagnata Lisa e Sara, sorelle di Lidia». Una soddisfazione unica: «Sono stata contenta perché ho votato per te» aggiunge entusiasta rivolgendosi alla nipote.

Agnese Zanovello – nata nel 1921 che oggi vive a Maserà, in provincia di Padova – ricorda le sensazioni visive di quel giorno e descrive la scheda che le porsero per scegliere l’Assemblea Costituente: «Mi impressionò perché mi sembrava molto grande all’epoca». Agnese scelse la Repubblica e rammenta in particolare la fiducia che nutriva nella figura di Alcide De Gasperi, leader della Dc dell’epoca. «Segnai la testa» racconta, ovvero l’immagine che rappresentava la Repubblica sulla scheda.

Una delle prime carte d'identità, emessa nell'aprile del 1948, dell'Italia Repubblica.
Una delle prime carte d'identità, emessa nell'aprile del 1948, dell'Italia Repubblica.

Votò in Veneto: anche se nacque a Curtarolo e si trasferì per un periodo in Piemonte per lavorare come mondina nelle risaie, in gioventù visse e votò a Lozzo Atestino. Del 2 giugno ricorda nitidamente il paesaggio attorno alla scuola elementare, dove si tennero i seggi, con il fiume Frassine che scorreva di fronte.

Da sinistra verso destra: Agnese vestita da sposa; il fratello Pietro che fu deportato a Dachau; una foto a colori di Agnese
Da sinistra verso destra: Agnese vestita da sposa; il fratello Pietro che fu deportato a Dachau; una foto a colori di Agnese

Anche Giulia Pazzogna, che oggi vive alle porte di Treviso, ha 104 anni. Li compie proprio nel giorno dell’ottantesimo del voto aperto alle donne. Nel 1946 ne faceva 24

«Ricordo quel giorno, sono andata a votare con mio papà, mia mamma e i miei fratelli», racconta la signora Giulia, «Mi sono vestita bene, era molto importante». 

Giulia Pazzogna con una sua foto da giovane
Giulia Pazzogna con una sua foto da giovane

Oggi è abbastanza autonoma, si muove con il deambulatore, abita in un appartamento da sola accanto al figlio e per chiamarlo… gli fa gli squilli sul cellulare. Frequenta due volte alla settimana il centro diurno alla Casa per anziani Villa d’Argento a Silea.

Il confronto politico in famiglia: il voto sfatò un tabù

Nella famiglia di Elena il voto fu l’occasione anche per sfatare un tabù: «All’epoca discorsi politici se ne facevano pochi, ma il referendum era troppo importante» e quindi Elena e la madre si confrontarono e la decisione finale fu votare per la Repubblica. 

Qualcosa di analogo accadde anche a Bruna, che racconta che sul tema il confronto con il marito fu fondamentale: «Lui era orgoglioso, a differenza degli altri uomini, che erano più contro che pro».

Alcune foto di gioventù di Bruna
Alcune foto di gioventù di Bruna

A ridosso del voto, Giulia si sposa e un anno dopo nasce la prima figlia. Negli anni, la sua vita è stata tribolata: prima un gravissimo infortunio della madre che ha costretto Giulia a prendersi carico della famiglia, poi la scomparsa del marito quando era ancora giovane, l’uomo sposato in seconde nozze morto in un incidente, due figli che si sono spenti da piccolissimi.

Eppure non si è mai lasciata andare e ha sempre guardato avanti con speranza, supportata anche dalla fede che ancora oggi la accompagna nelle sue giornate. La signora Giulia, che fino a 93 anni, completamente autonoma, ha vissuto in Umbria con la sorella, ha votato fino a un decennio fa circa. Ma oggi ai giovani rivolge un appello: «Andate a votare, perché è importante».

Da quando anche Elena ha potuto votare, ha rinunciato una sola volta, per questioni ideologiche. «Capitò che ci furono cinque referendum da votare in una sola tornata. Per me era impossibile arrivare informati. Mi ribellai e non mi presentai».

Il primo voto come superamento della guerra

Il voto sancì un cambiamento decisivo, fu un’occasione per voltare pagina e proseguire senza chi aveva permesso le atrocità della guerra.

«Si uccidevano tra fratelli!» esclama subito Emma quando le viene chiesto di evocare i ricordi del conflitto. Durante la guerra viveva al Palasson, come era soprannominata la casa che condivideva con altre cinque famiglie.

E proprio mentre uno dei suoi fratelli era seduto davanti all’ingresso Palasson venne portato via da un gruppo di fascisti. «Io e mio cognata decidemmo di seguirli in bicicletta. Arrivate davanti a una chiesa chiedemmo a un uomo se avesse visto i fascisti. Mi indicò un uomo impiccato. Mi spaventai, ma fortunatamente non era mio fratello». Lui venne portato a Padova. «Lì sentiva le urla di chi veniva picchiato, ma quando si accorsero che era un bonaccione, lo liberarono». Tornò a casa a piedi.

Temette per uno dei suoi otto fratelli anche Agnese: «Pietro fu deportato in un campo di concentramento in Germania, ebbi molta paura». Riuscì a tornare, ma era magrissimo. 

Anche per Bruna il ricordo del conflitto è ancora vivido. Non può certo dimenticare i primi bombardamenti su Padova, arrivati mentre lei stava aspettando il primo figlio. Tra gli orrori ha nitidamente in testa le torture che subirono i civili, il bruciore delle schegge delle bombe sotto i piedi e lo spavento causato dal rumore degli aerei da ricognizione «Maledetta guerra!» sospira.

Giulia ha ben chiaro il motivo per cui era andata a votare: «Prima c’era il fascismo, c’era Mussolini e la guerra. Abbiamo tanto sofferto la fame in quegli anni». E su cosa avesse votato, non ha dubbi: «Per la democrazia, che ci facesse avere meno fame. Senza Mussolini è andata meglio».

Il voto fu il primo passo per cambiare la condizione delle donne: «Per me fu un episodio importante» ricorda Elena «come la riforma del diritto di famiglia. Due episodi che segnarono la mia vita profondamente». Una giornata destinata a diventare un tassello fondamentale per l’uguaglianza di genere e la democrazia in generale.

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