Perché tutti parlano della Elena di Troia di Lupita Nyong'o
La nuova Odissea di Christopher Nolan promette spettacolo, ma il vero caso è il volto della donna più bella del mondo. Una scelta che divide il pubblico e apre una riflessione su inclusione, immaginario e libertà creativa

Per quanto Odissea di Christopher Nolan sia davvero un film leggendario, non solo per cosa racconta (l’archetipo del viaggio con miti annessi e connessi), ma anche per come lo racconta (le riprese analogiche, le location reali in nove Paesi del mondo, il budget da 250 milioni di dollari, un cast stellare e la solita sorprendente regia), il trend topic delle discussioni on line (e forse anche off line) riguarda il ruolo di Elena di Troia affidato all’attrice Lupita Nyong'o (nata in Messico da genitori kenioti e cittadina statunitense).
La disputa sul web
Un nome che fino ad oggi era noto solo ai cinefili diventa l’ennesimo pretesto nella competizione ideologica tra fazioni opposte e, sembra incredibile nel 2026, proprio per il colore della sua pelle, ritenuto “storicamente” inadeguato. Provocazione sociale o semplicemente “black washing”, scacco matto alle aspettative o subdola sottomissione alla moda woke? Solo per citare i termini più ricorrenti attorno ai quali chiunque (dall’anonimo leone da tastiera ad Elon Musk in persona) ha dissertato con tutte le sfumature del caso. Posto che i diretti interessati, Nolan e Nyong'o, hanno scelto di astenersi dal rispondere alle polemiche e le ragioni della scelta dell’interprete per ciascun personaggio sono insindacabilmente fondate, come ovvio, nella visione artistica del regista, non possiamo non considerare quanto dirompente sia stata questa Elena di colore e quanto la sua apparizione sul grande schermo sia davvero un cambio di passo.
Nel passato
Negli adattamenti dell’Odissea di cui è costellata la storia del cinema, mai prima d’ora era apparsa un’Elena che non avesse le “bianche braccia” descritte da Omero (in “Troy” abbiamo addirittura la tedesca Diane Kruger), anche se in teatro le cronache raccontano di attrici di colore (nel 1950, ad esempio, Orson Welles, altro regista all’avanguardia, affidò a Eartha Kitt questo ruolo nel suo “Faust” rappresentato a Parigi).
Ma la scelta di Nolan, seppur inedita sul grande schermo, è figlia in realtà di rodate usanze cinematografiche come della ormai affinata poetica visiva dello stesso regista. Si chiamano anacronismi quegli elementi che si discostano dall’aderenza storica e che gli autori inseriscono nelle loro opere per dimostrare che la vicenda da loro narrata, seppur ancorata ad un determinato periodo, trascende il tempo e lo spazio.
Pensiamo agli scarponcini anni Sessanta della Giovanna d’Arco di Robert Bresson (1962), fino alle reinterpretazioni in chiave post moderna delle opere shakespeariane, da “Romeo + Juliet” di Baz Luhrmann (1996) a “Titus” di Julie Taymor (1999).
La poetica di Nolan
Per quanto riguarda nello specifico Nolan, fin da “Memento” (2000), che lo fece conoscere al mondo, uno dei temi fondativi della sua marca autoriale è stata proprio la sfida alla consuetudine, rappresentando la misteriosa divergenza tra ciò che vediamo e ciò che pensiamo (The prestige), l’esistenza di universi paralleli esteriori (Interstellar) ed interiori (Inception), la relatività del tempo (Tenet) e la teoria stessa della relatività (Oppenheimer).
Lupita Nyong'o è quindi sia l’elemento di discontinuità rispetto al testo di riferimento, per elevarlo dalla mera riproduzione letterale e proiettarlo in una prospettiva attuale, sia l’elemento della teoria narrativa di Nolan secondo cui non può esistere una verità definitiva. Elena è passata alla storia per essere la donna più bella del mondo, ed è quindi un archetipo, un concetto di bellezza. “Del mondo” appunto, non dell’antica Grecia.
La bellezza sfregiata dalla guerra
E nell’immaginario di Nolan (ma non solo il suo, visto che nel 2014 la rivista People la definì la donna più bella in assoluto), Lupita Nyong'o incarna questo ideale, nel presente ma forse anche all’origine dell’uomo, che la scienza colloca giustappunto in Africa.
Un’evoluzione epocale, racchiusa simbolicamente nella carriera stessa dell’attrice, già premio Oscar agli esordi, per il personaggio di Patsi, regina del campo di cotone in “12 anni schiavo” (2014), e oggi regina di Sparta, capace di far scatenare la più celebre guerra della letteratura mondiale. Nel suo viso però appare uno sfregio, postumo cinematografico del suo passato da schiava ma anche monito attuale alle conseguenze nefaste di un conflitto, che porta per sempre segni perenni sull’identità di chi lo ha provocato.
Riproduzione riservata © il Nord Est






