Eleonora, medico in missione tra le donne nate senza diritti

Ostetrica mestrina 29enne, ha girato il mondo con Medici senza frontiere in Paesi dove la violenza sessuale è una pratica quasi normale. «In Bangassou la maggior parte degli abusi avviene nella cerchia delle conoscenze: lo zio, il vicino, il maestro. Noi insegniamo a trovare la forza di chiedere aiuto»

Costanza Francesconi
L'ostetrica Eleonora Mognato
L'ostetrica Eleonora Mognato

Dalla parte delle bambine, donne future. Chad, Repubblica Centrafricana, Bangladesh.

L’ostetrica Eleonora Mognato, 29 anni e tanta vita vissuta, è appena rientrata da una missione con Medici senza frontiere. Nata a Zelarino, diplomata al liceo Morin di Mestre e laureata all’università di Padova, dal 2023 gira il mondo occupandosi di violenza sessuale.

Non è da tutti operare in contesti tanto estremi. Come nasce la sua vocazione?

«Al terzo anno di università ho vinto una borsa di studio con Medici con l’Africa Cuamm. Tre mesi di tirocinio in Etiopia. Un viaggio intenso in cui ho capito che la cooperazione internazionale era la mia strada. Mi affascinava l’idea mettere a disposizione le mie competenze in Paesi e per persone dove le risorse sono bassissime».

Come ci si prepara a un’avventura così?

«Bisogna volerlo, molto, e sentirselo. Dopo la laurea, ho fatto tutto il possibile per risultare idonea a partire con l’organizzazione sanitaria. In ordine sparso, un master per diventare ostetrica sul territorio, uno in Tropical Nursing a Londra sui fondamenti dell’infermieristica tropicale, tra i requisiti fondamentali, e un ultimo improntato su salute pubblica, analisi dati e produzione report. Ho fatto volontariato in un campo rifugiati in Grecia, lavorato in ospedali veneti e furlani. Finalmente è arrivata la prima missione. Sei mesi in Chad, nel villaggio Moissala, tra ospedale e centri di salute. Sulle prime, uno choc culturale».

Cosa l’ha colpita?

«Il Chad è uno dei Paesi più poveri al mondo. La facilità e frequenza con cui una donna muore di parto o per cause correlate è sconvolgente. Per eclampsia, ad esempio, un disturbo della pressione del sangue che porta a delle convulsioni o, in chi ha avuto 10 o 13 figli, per un’emorragia post partum più copiosa del normale. Di giorno ci sono tra i 45 e i 50°C, i beni essenziali sono difficili da reperire, quelli utili per vivere o necessarie all’ospedale arrivano su camion dopo viaggi infiniti o a bordo di piccoli aerei delle Nazioni Uniti o di Msf. Era il 2023, avevo 25 anni, non avevo mai praticato il francese. È stata la prima e unica volta in cui mi sono detta, forse non fa per te».

Come si vive nei compound dei Medici senza frontiere?

«C’è una grande casa in cui alloggiano tutte le persone espatriate. La sicurezza per lo staff è molto elevata, personalmente non mi sono mai sentita in pericolo».

Come si legge la situazione?

«Chiaramente la situazione politica spesso è instabile. Colpi di Stato o guerriglie tra ribelli possono far saltare le comunicazioni. Chi è a casa si preoccupa, ma quando mi accorgo che una piccola cosa può portare a un cambiamento, che un operatore del posto o una paziente mette in pratica quello che stavo facendo, ritrovo il senso di tutto. Mi spinge anche il desiderio forte di combattere contro le differenze di genere».

Due fotogrammi dalla sua seconda missione.

«Bangassou, Repubblica Centrafricana. Il lavoro fianco a fianco con le ostetriche locali per trasmettergli i nostri standard e la violenza domestica sessuale dilagante, con vittime spesso sotto i 12 o 13 anni di età. Si promuove la salute creando gruppi di discussione con le donne dei villaggi, con i leader comunitari e religiosi. La maggior parte delle violenze avviene nel nucleo di conoscenze. Lo zio, il vicino di casa, l’insegnante della vittima».

In Bangladesh ha lavorato nel campo rifugiati più grande al mondo, il Cox’s Bazar. Cosa ricorda?

«Un milione e duecentomila persone, tutte di etnia dei Rohingya, in fuga dal Myanmar dov’è in corso un genocidio. Il campo è una megalopoli fatta di costruzioni in bambù, lamiera o teli di nylon. Ormai ha l’aspetto di una città. Ho lavorato come ostetrica in una clinica specializzata in violenza sessuale e contraccezione. La popolazione è fortemente musulmana, storicamente e culturalmente i diritti riconosciuti alle donne sono quasi nulli. Burqa, guanti e ombrellino, sono sempre accompagnate da un uomo. Le bambine non hanno diritto all’educazione. Il nostro ponte sono le poche donne più libere. Il rapporto di fiducia è fondamentale. Usiamo una pratica che si chiama “Story of change”. Si racconta la storia di una ragazza dal nome di fantasia, che viene violentata e trova la forza di rivolgersi a Msf. Chi si riconosce prende esempio. E con la scusa di un altro servizio, si avvicina alle cure».

Il suo ultimo viaggio è terminato ad agosto. Bangui, Repubblica Centrafricana. Qual è l’emergenza più grande lì?

«Ero responsabile delle attività contro la violenza sessuale. È stato interessante, come premessa alla sensibilizzazione, capire cos’è per la popolazione la violenza sessuale. In molti casi, se esercitata da parte del marito non è percepita come tale. Il matrimonio di bambine, poi, è molto presente nelle comunità rurali. Ma non essendo censiti tutti i nati, capirne l’età e l’entità del fenomeno non è banale».

Il caso moschea a Mestre. Per quello che ha sperimentato all’estero, ha senso preoccuparsi della deriva estremista a cui qualcuno sostiene possa portare, a Venezia, l’apertura di un centro culturale religioso?

«No. L’estremismo non è per forza l’indice di una religione, in questo caso musulmana. Vedo nella moschea, nel diritto a esercitare un culto, un passo avanti per l’integrazione. A Mestre la comunità di religione musulmana non è integrata. Mancano i contesti, i corsi di italiano, i luoghi di aggregazione. Ho lavorato con musulmani, ho trovato persone rispettose e aperte».

 

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